La legge n. 3/2012 ed il pignoramento immobiliare. Casi di interruzione delle procedure esecutive.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ad un fenomeno che ha colpito, indistintamente, tutti gli operatori economici: dalle imprese commerciali alle società più avviate, dalle famiglie ai c.d. debitori civili, dalle associazioni ed enti privati ai consumatori. Parliamo del fenomeno del sovraindebitamento, situazione caratterizzata da un perdurante stato di insolvenza, per il quale non si riesce a far fronte all’imponente mole di debiti accumulata. Può ben accadere, infatti, per i motivi più diversi, che un soggetto contragga debiti con i propri fornitori, con le banche, con l’agenzia delle entrate, con l’erario, e che poi non riesca a farvi fronte perché le proprie risorse economiche scarseggiano: questa difficile situazione potrebbe incancrenirsi a tal punto da non riuscire più a far fronte alla propria situazione debitoria. Ecco che subentra, dunque, il concetto di “composizione della crisi da sovraindebitamento”, attuata per concedere la possibilità, al debitore, di una parziale cancellazione dei debiti, compresi quelli verso il fisco o l’agente di riscossione, al fine di appianare la situazione e ripartire da zero, riacquistando un ruolo attivo nel processo economico.

Il nostro legislatore è intervenuto in materia adottando la Legge Centaro, la n. 3/2012, definita anche come legge “salva-suicidi”, diretta a regolare il fenomeno della insolvenza civile, definito tale poiché il procedimento ivi previsto, di composizione della crisi da sovraindebitamento, si applica a tutti coloro (c.d. presupposto soggettivo) che sono definiti “non fallibili” e, dunque, non soggetti alle procedure concorsuali previste e disciplinate dalla Legge Fallimentare.

I requisiti, infatti, per poter accedere alle procedure ex Legge n. 3/2012 sono due: un requisito soggettivo e uno oggettivo. Il requisito soggettivo attiene alla posizione ricoperta dal debitore: egli deve essere, dunque, un imprenditore commerciale di natura privata c.d. sotto-soglia; un imprenditore agricolo; un consumatore e debitore privato; un professionista, un artista o un lavoratore autonomo; un ente privato no profit. Il requisito oggettivo riguarda, invece, lo stato di sovraindebitamento che la Legge definisce, all’art. 6, come quella “situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, nonché la definitiva incapacità del debitore di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni”. Oggi, nel caso in cui il debitore non fallibile o privato consumatore raggiunga questo stato, potrà agevolmente attivare le procedure previste dalla legge in esame, che gli consentiranno di pagare i suoi debiti secondo le sue effettive disponibilità e predisponendo un piano di riequilibrio.

Le procedure attivabili ex Legge n. 3/2012 sono tre:

  1. Il piano del consumatore, attuabile dal privato debitore il quale dovrà stilare una proposta ai propri creditori di ripiano della propria situazione debitoria e di pagamento rateizzato dell’importo dovuto. Il piano sarà sottoposto, in primis, ad una valutazione dell’Organismo di Composizione della Crisi da sovraindebitamento (O.C.C.) e, successivamente, dovrà essere approvato e omologato dal Giudice competente. Non è richiesto, invece, il consenso dei creditori.
  2. L’accordo di ristrutturazione dei debiti, attivabile da tutti quegli imprenditori non fallibili e da enti no profit, i quali presentano il piano di pagamento dei propri debiti all’O.C.C., che dovrà valutarne la fattibilità, e ai loro creditori, i quali dovranno darne il consenso. Ai fini della approvazione e della omologa da parte del Giudice competente, occorre il consenso di tanti creditori che rappresentino almeno il 60% del debito totale.
  3. La liquidazione del patrimonio, ossia la vendita del proprio patrimonio mobiliare o immobiliare, attivabile sia dal privato consumatore che dall’impresa non fallibile, allo scopo di ripagare i propri creditori con il ricavato. Anche il piano di riparto del ricavato dovrà essere omologato dal Giudice.

Le fasi che caratterizzano queste tre procedure includono, dunque, una udienza di presentazione, al Giudice competente, del piano del consumatore o dell’accordo di ristrutturazione, ai fini della valutazione sulla loro fattibilità, anche in base alla relazione particolareggiata dei professionisti contabili competenti dell’O.C.C.; una udienza di approvazione del piano/accordo e di omologa dello stesso, affinché diventi esecutivo ed obbligatorio nei confronti dei creditori.

Ciò che analizzeremo è il rapporto che esiste tra le procedure paraconcorsuali attivabili dal debitore e le procedure esecutive, eventualmente attuate o pendenti, messe in atto dai creditori, soprattutto in relazione al momento in cui le procedure stesse intervengono nell’ambito del procedimento da sovraindebitamento. I creditori, come ben sappiamo, per ottenere la soddisfazione dei propri interessi e, quindi, ottenere ciò che è loro dovuto, in virtù di un valido titolo esecutivo, possono ricorrere alle procedure esecutive: tra le stesse si distingue, in primis, l’espropriazione forzata, attraverso cui si soddisfa una pretesa del creditore avente ad oggetto una somma denaro; abbiamo poi l’assegnazione forzata, che garantisce il trasferimento di un bene o di un credito direttamente al creditore istante; infine, l’esecuzione in forma specifica, caratterizzata dalla consegna o dal rilascio dei beni al creditore, o da un obbligo di fare o non fare del debitore. In particolare, l’espropriazione forzata si attua attraverso la procedura del pignoramento, che potrà avere ad oggetto beni mobili, immobili o crediti del debitore, ed è una garanzia importante per il creditore poiché imprime un vincolo di indisponibilità sui beni del debitore. Successivamente all’atto del pignoramento, si procederà con la vendita forzata del bene, il cui ricavato andrà al creditore per soddisfare il suo credito, o con l’assegnazione diretta del bene pignorato al creditore intervenuto.

Nel merito del rapporto, poc’anzi accennato, tra le esecuzioni forzate e la procedura da sovraindebitamento, la Legge n. 3/2012 disciplina la sospensione delle procedure esecutive in modo diverso a seconda della procedura di esdebitazione attivata. Prima di analizzarle singolarmente, in generale possiamo affermare che le azioni esecutive individuali sono suscettibili di essere sospese dal Giudice, ma solo dopo che sia stata presentata la proposta di ricomposizione della crisi e la sua omologazione.

In ordine al rapporto tra le procedure esecutive e la presentazione del piano del consumatore, si richiama l’art. 12bis della legge esaminata, che dispone quanto segue: “Quando, nelle more della convocazione dei creditori, la prosecuzione di specifici procedimenti di esecuzione forzata potrebbe pregiudicare la fattibilità del piano, il giudice, con lo stesso decreto, può disporre la sospensione degli stessi sino al momento in cui il provvedimento di omologazione diventa definitivo”. Dall’esame della norma, si evince che il debitore dovrà presentare una esplicita istanza al fine di ottenere la sospensione di quelle procedure esecutive che potrebbero pregiudicare la fattibilità del piano di rientro, indicandole in modo specifico e sottoponendole alla valutazione del Giudice. Quest’ultimo, quindi, non sarà obbligato a sospendere le procedure suddette, ma dovrà valutarle discrezionalmente, in ragione anche della fattibilità del piano del consumatore e del pregiudizio che potrebbe derivarne con il prosieguo dell’esecuzione forzata. La sospensione non è, dunque, automatica, ma è caratterizzata da un potere di delimitazione del Giudice, il quale valuterà l’impatto della prosecuzione o della sospensione delle azioni esecutive sul buon esito della procedura da sovraindebitamento. Una volta omologato, l’accordo diventa obbligatorio per tutti i creditori anteriori e, ovviamente, per quelli aventi causa o titolo posteriore all’accordo sarà vietato procedere esecutivamente sui bei oggetto del piano.

Il momento temporale cardine da prendere in considerazione è, quindi, il decreto di fissazione dell’udienza per la convocazione dei creditori: ma cosa accade se il creditore attiva la procedura esecutiva nel periodo che intercorre tra la data del deposito della proposta del piano di rientro e l’udienza per la convocazione dei creditori? Anche in tal caso, il debitore potrà presentare istanza al Giudice competente al fine di ottenere la sospensione della procedura esecutiva avviata, oppure potrà presentare istanza di sospensione al Giudice della Esecuzione, prima che intervenga l’assegnazione o la vendita dei beni già pignorati. Ricordiamo, infatti, che le due procedure, in tal caso, procedono in parallelo, soprattutto nel caso in cui siano già pendenti dei pignoramenti: quella attivata per la esdebitazione, da parte del debitore, e quella esecutiva, attivata dal creditore per il soddisfacimento dei suoi interessi. Ed è in questa occasione che occorre richiamare la particolare ipotesi del pignoramento immobiliare subito dal debitore: possiamo infatti constatare come la procedura di composizione della crisi sia uno strumento utile per poter chiedere e ottenere la sospensione delle espropriazioni di immobili o i pignoramenti di conti correnti, conseguenti ad una elevata esposizione debitoria. Al fine precipuo di bloccare un pignoramento immobiliare in corso, il debitore potrà presentare un piano del consumatore, ma in ossequio al principio espresso dall’art. 7 della legge n. 3/2012: “è possibile prevedere che i crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca possono non essere soddisfatti integralmente, allorché ne sia assicurato il pagamento in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti sui quali insiste la causa di prelazione, come attestato dagli organismi di composizione della crisi”. Qualora ci fosse un immobile pignorato, quindi, l’ammissibilità del piano del consumatore è subordinato anche alla valutazione del bene oggetto di garanzia: come già evidenziato, il Giudice è chiamato a valutare la fattibilità e la convenienza del piano del consumatore, anche in merito agli importi realizzabili in sede di liquidazione dei beni in oggetto; nel caso specifico di un pignoramento immobiliare, occorre considerare il valore di mercato del bene in garanzia, spesso sottostimato rispetto al valore di mercato ordinario poiché il valore dell’asta immobiliare è nettamente inferiore, comportando un taglio anche del debito. Come poc’anzi detto, con la presentazione del piano, il debitore potrà chiedere e ottenere la sospensione della procedura esecutiva, bloccando l’eventuale esecuzione anche dopo l’avvenuta aggiudicazione dell’immobile oggetto di pignoramento e ottenendo anche la restituzione del bene, qualora il piano ottenga l’omologa da parte del Giudice competente. Qualora l’inibitoria sia stata emessa dal Tribunale competente per la procedura da sovraindebitamento, occorre poi presentare una specifica istanza da parte del debitore al Giudice della Esecuzione, che prenderà atto della sospensione intervenuta nel procedimento parallelo; gli effetti del provvedimento saranno quelli indicati dall’art. 626 cpc: “quando il processo è sospeso, nessun atto esecutivo può essere compiuto, salvo diversa disposizione del giudice dell’esecuzione”. Nella sostanza, il creditore non potrà soddisfarsi sui cespiti o sui crediti pignorati finché perduri la causa di sospensione, ma tutti gli atti compiuti anteriormente alla stessa non perdono la loro efficacia. Non sarà sufficiente, quindi, produrre al Giudice dell’Esecuzione la semplice istanza di accesso alla procedura di sovraindebitamento ex Legge n. 3/2012 per ottenere la sospensione della esecuzione immobiliare, ma occorre depositare l’ordinanza che dispone il divieto di prosecuzione delle azioni esecutive individuali, con contestuale istanza di sospensione della procedura esecutiva: tali atti, intesi come causa esterna di sospensione necessitata del processo esecutivo, non potranno non essere presi in considerazione dal Giudice Esecutivo (Tribunale di Bari, 19 maggio 2017).

Nell’ambito del rapporto tra procedura esecutiva e l’accordo di ristrutturazione dei debiti, si richiama l’art. 10, comma 2, lettera c) della legge n. 3/2012, in cui si afferma quanto segue: “il giudice, con la fissazione dell’udienza di omologazione, dispone che, sino al momento in cui il provvedimento di omologazione diventa definitivo, non possono, sotto pena di nullità, essere iniziate o proseguite azioni esecutive individuali, né disposti sequestri conservativi né acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato la proposta di accordo, da parte dei creditori aventi titolo o causa anteriore; la sospensione non opera nei confronti dei titolari di crediti impignorabili”. Una norma importante che garantisce al debitore in difficoltà, attraverso l’attivazione della procedura da sovraindebitamento, di proteggere temporaneamente il proprio patrimonio da tutti coloro che vantano un titolo esecutivo sullo stesso, in virtù di crediti anteriori e fino alla definitiva omologa dell’accordo. Ogni azione esecutiva intrapresa in violazione di tale disposizione sarà nulla. Al contrario, invece, i creditori con titoli esecutivi successivi al provvedimento di omologa del giudice, potranno intraprendere tutte le azioni più opportune per soddisfare le loro pretese: questo vuol dire che il decreto di omologa comporta una sorta di “congelamento temporaneo” del patrimonio del debitore solo per i creditori anteriori al piano/accordo, ponendo un sistema di garanzie sia per il creditore che per il debitore.

La differenza rispetto alla sospensione delle azioni esecutive nel caso del piano del consumatore consiste nel fatto che, per l’accordo di ristrutturazione dei debiti, il blocco delle procedure esecutive è automatico e onnicomprensivo: la semplice apertura del procedimento ex Legge n. 3/2012 comporta un effetto sospensivo globale, eccezion fatta per coloro che sono titolari di crediti impignorabili. Per effetto del procedimento in esame, l’azione esecutiva potrà ottenere una sospensione per un periodo di 4 mesi, durante il quale il debitore potrà negoziare una ristrutturazione della propria insolvenza con i creditori, anche con l’ausilio dell’O.C.C. e dei professionisti che ne fanno parte. La sospensione, inoltre, potrà essere prorogata per un successivo periodo di un anno, qualora l’accordo sia omologato e subentri, dunque, la fase esecutiva dello stesso. Ribadiamo, infine, che il divieto di iniziare e proseguire azioni esecutive riguarda il futuro, mentre quelle pendenti rimarranno sospese, senza che questo comporti la loro estinzione: una pignoramento, ad esempio, già in atto e attinente al patrimonio mobiliare o immobiliare del debitore, subirà solo una temporea improseguibilità dell’esecuzione, lasciando comunque integri gli effetti della espropriazione realizzati fino a quel momento.

Da ultimo, occorre analizzare il rapporto tra la procedura di liquidazione dei beni del debitore e le azioni esecutive, in considerazione del fatto che la liquidazione comporta lo spossessamento del debitore e la vendita del suo patrimonio, mobiliare e immobiliare, da parte del liquidatore, per soddisfare le pretese creditorie. La Legge n. 3/2012 se ne occupa all’art. 14quinquies affermando che “il giudice dispone che, sino al momento in cui il provvedimento di omologazione diventa definitivo, non possono, sotto pena di nullità, essere iniziate o proseguite azioni cautelari o esecutive, né acquistati diritti di prelazione sul patrimonio oggetto di liquidazione da parte dei creditori aventi titolo o causa anteriore”. Così come per l’accordo di ristrutturazione dei debiti, anche nel caso della liquidazione il blocco delle azioni esecutive è automatico, garantendo al debitore di fermare le procedure esecutive individuali sul proprio patrimonio. La norma fa poi erroneamente riferimento al momento in cui il giudice omologhi il piano di liquidazione: in realtà, la procedura di liquidazione non presuppone l’emissione di un simile provvedimento e ne deduciamo, dunque, che il blocco delle azioni esecutive sia valido per tutta la durata della procedura e fino alla sua chiusura. Anche in tale ipotesi, inoltre, si prevede la sanzione della nullità per tutti quegli atti esecutivi eventualmente compiuti in violazione della sospensione, restando gli stessi improduttivi di effetti.

Procedura da sovraindebitamento: chi può accedervi?

La crisi economica, che ha investito il nostro Paese, ha avuto dei risvolti drammatici, provocando delle situazioni di eccessivo indebitamento da parte di tutti i soggetti che hanno perso il proprio lavoro, o di tutti quei soggetti che hanno visto la propria azienda entrare in crisi finanziaria. La cronaca ci ha parlato sempre più frequentemente di privati che, una volta perso il lavoro, non hanno ottemperato alla mole di debiti accumulata, così come di piccoli imprenditori che vivono situazioni di esposizione debitoria difficilmente controllabile e risanabile. Talvolta è accaduto che, il ritrovarsi in questa spirale di debiti abbia comportato delle soluzioni estreme, come il suicidio di imprenditori stanchi e demotivati, o l’accesso al sistema del mercato usurario e, quindi, del crimine organizzato.

Il nostro legislatore ha deciso di porre un rimedio a tutte le situazioni di crisi finanziaria che stanno caratterizzando il periodo economico che stiamo vivendo, attraverso la Legge n. 3/2012, non a caso nota come Legge sul “sovraindebitamento” o “salva suicidi”, che ha segnato una tappa importante nell’ambito del diritto concorsuale, una innovazione rispetto alla precedente legislazione concorsuale, poiché prevede delle procedure di regolamentazione della situazione debitoria per tutti coloro che non sono soggetti alle procedure concorsuali. Si tratta, infatti, della c.d. insolvenza civile: i soggetti, che possono accedere alle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, disciplinate dalla Legge suddetta, sono definiti non fallibili, e dunque, non soggetti alle procedure previste dal diritto concorsuale, come fallimento, liquidazione coatta amministrativa o amministrazione straordinaria. La Legge in esame, quindi, che prevede disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento, interviene modificando da un lato la disciplina vigente in materia di usura e di estorsione, e dall’altro introducendo una nuova tipologia di concordato, per ripianare la crisi di liquidità dei debitori.

In primis, occorre definire il requisito oggettivo del sovraindebitamento come quella “situazione di perdurante squilibrio economico fra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte”: tale squilibrio determina la mancanza di risorse finanziarie e, nonostante gli sforzi e gli impegni economici, l’incapacità definitiva del debitore di adempiere regolarmente le obbligazioni assunte. Il sovraindebitamento potrà derivare, così, da diversi acquisti rateizzati, con la pedissequa concessione di finanziamenti, o da un imprevisto dovuto a questioni di mercato, di lavoro (perdita del lavoro o riduzione della retribuzione), familiari (spese per divorzio o separazione) o di salute (malattie prolungate). L’intervento normativo presenta 3 alternative, al fine di consentire l’esdebitazione dei soggetti sovraindebitati, affinché gli stessi possano estinguere i debiti contratti ed evitare, al contempo, che nei loro confronti siano iniziate o proseguite le procedure esecutive:

  1. Il piano del consumatore: può essere presentato solo dal debitore privato consumatore e si tratta di una proposta di ripiano della complessa situazione debitoria, con la possibilità di rateizzare il debito residuo. Il piano sarà sottoposto ad una valutazione di fattibilità, in primis, dell’Organismo di Composizione della Crisi (O.C.C.) e, successivamente, dal Giudice competente, il quale analizza anche il requisito di meritevolezza del debitore (si valuta il comportamento complessivo del debitore nella determinazione della situazione debitoria). Se esistono entrambi i requisiti, il piano sarà omologato e reso esecutivo nei confronti dei creditori, a prescindere dal loro consenso.
  2. L’accordo di ristrutturazione dei debiti: si tratta di un accordo che può essere presentato da tutti quegli enti e quelle imprese che non sono soggette alle procedure concorsuali e, quindi, non fallibili. Al fine di poter ottenere l’omologa del Giudice, l’accordo è subordinato al consenso dei creditori che rappresentino il 60% del debito.
  3. La liquidazione del patrimonio: in tal caso, sia il soggetto privato consumatore che il soggetto non fallibile, potranno optare per la vendita del complesso mobiliare o immobiliare, al fine di fronteggiare i propri debiti. Il Tribunale nominerà un liquidatore che si occuperà della vendita dei beni del debitore e pagare, pro-quota, tutti i suoi debiti.

Ed è proprio dalla breve analisi delle procedure inserite nella Legge in esame che possiamo evidenziare la caratteristica dei soggetti ammessi al procedimento per la composizione delle crisi da sovraindebitamento e che rappresenta un presupposto di ammissibilità allo stesso: sono ammessi tutti coloro che non possono accedere a procedure concorsuali, ovvero tutti i soggetti che non possono essere dichiarati falliti, né chiedere un concordato preventivo o un accordi di ristrutturazione dei debiti, ai sensi della Legge fallimentare R.D. n. 267/1942, nonché i privati consumatori.

Nello specifico, il requisito soggettivo al fine di attivare tali procedure è quello di essere

  1. Consumatore privato: si definisce consumatore, ai sensi del D. Lgs. n. 206/2005 (Codice del Consumo) quella persona fisica che agisce, acquistando per sé o per altri beni o servizi, per scopi estranei all’attività professionale (cioè lavorativa) eventualmente svolta. Sottolineiamo che, per la prima volta, il nostro legislatore ha introdotto una procedura “paraconcorsuale” applicabile anche al consumatore privato, riconoscendo la situazione di difficoltà che spesso coinvolge anche le famiglie, le quali risentono della grave crisi economica e che spesso si indebitano oltre misura. La nozione di consumatore prevista, però, dalla Legge n. 3/2012 è più rigida: “è tale il debitore persona fisica che ha contratto debiti esclusivamente per finalità diverse dall’esercizio di un’attività imprenditoriale o professionale”; si sottolinea così il carattere di esclusività che restringe notevolmente l’ambito di applicazione dell’istituto. A tal proposito, una delle questioni interpretative analizzate anche dalla Corte di Cassazione riguarda il trattamento del c.d. debito promiscuo, cioè quello che deriva sia da debiti strettamente personali sia da debiti derivanti da una attività professionale o imprenditoriale: il debitore privato potrà accedere alla procedura di esdebitazione presentando un piano di ricomposizione dei debiti derivanti anche da attività professionale? Il quesito è stato risolto proprio dalla Suprema Corte, affermando che il consumatore debitore privato ben può essere un imprenditore (consumatore-imprenditore) o un professionista (consumatore-professionista) e, dunque, i relativi debiti potranno sorgere da una attività di impresa o da una professione, purché tali attività non esistano più al momento di presentazione del piano.
  2. Imprese che non sono soggette al fallimento e alle altre procedure concorsuali: il parametro di riferimento è la Legge Fallimentare già richiamata, il cui art. 1 introduce i requisiti di fallibilità di una impresa commerciale, conseguenza per cui tutti coloro che non sono dotati di tali requisiti, non saranno soggetti al fallimento e potranno, dunque, richiedere l’applicazione della procedura di esdebitazione ex Legge salva-suicidi. Il “piccolo imprenditore” che potrà richiedere un accordo di ristrutturazione dei propri debiti, o un piano di liquidazione del proprio patrimonio, presenta tali requisiti:
  3. Attivo patrimoniale complessivo annuo non superiore ad € 300.000,00, negli ultimi tre esercizi commerciali o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore;
  4. Ricavi lordi complessivi annui, cioè un fatturato totale, negli ultimi tre anni o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore, non superiori ad € 200.000,00;
  5. Debiti complessivi non superiori ad € 500.000,00, compresi i debiti non scaduti e quelli definitivamente accertati con efficacia di giudicato.

Si tratta, quindi, di piccole imprese, individuali o collettive (società di persone, di capitali o cooperative), a cui è consentito ricorrere a queste nuove procedure paraconcorsuali, per poter rimediare alla situazione di insolvenza. Tra l’altro, i requisiti appena elencati non possono essere considerati tassativi, in quanto esistono dei casi particolari che oltrepassano le soglie della legge fallimentare: si pensi, ad esempio, che potrà avviare la procedura di esdebitazione anche l’imprenditore “sopra soglia” ma con debiti complessivi per un totale di € 30.000,00, oppure un imprenditore individuale non più fallibile poichè ha chiuso la propria azienda da oltre 12 mesi (caso dell’imprenditore cessato).

  • Imprenditore agricolo: l’art. 7, comma 2bis, della Legge n. 3/2012 ammette espressamente l’imprenditore agricolo alla procedura di composizione della situazione debitoria e di ristrutturazione dei debiti, parificandolo al soggetto non fallibile. A tal proposito, ricordiamo che si definisce imprenditore agricolo colui che esercita la coltivazione del fondo, la selvicoltura, l’allevamento di animali e tutte le attività connesse, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione dei prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali; è indispensabile, quindi, che prevalgano le attività legati al fondo sull’attività commerciale connessa, pena la perdita della qualifica di imprenditore agricolo e, di conseguenza, l’estensione allo stesso della procedura fallimentare.
  • Socio illimitatamente responsabile di una società cessata da oltre un anno, o il socio che abbia abbandonato la compagine sociale da oltre un anno per morte, recesso, esclusione o cessione della quota sociale. Ricordiamo, infatti, che al socio illimitatamente responsabile si riserva solo la possibilità di accedere al piano del consumatore per la ristrutturazione dei debiti estranei all’attività sociale in quanto è raro che il socio venga a trovarsi in una situazione di sovraindebitamento che sia svincolata dalla responsabilità dei debiti sociali sul proprio patrimonio. La regola genere è, dunque, l’applicabilità della procedura giudiziale aperta nei confronti della società e, per estensione, anche al socio stesso, fatta eccezione per l’ipotesi in cui sia decorso un anno dalla cessazione o dallo scioglimento del rapporto sociale: in tal caso, il socio potrà accedere ad una procedura di ristrutturazione dei propri debiti, regolando anche l’esposizione debitoria per i debiti della società esistenti al momento dello scioglimento del rapporto sociale.
  • Start-up innovative: si tratta di società di capitali che hanno come oggetto sociale, esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico; in considerazione proprio dell’elevato rischio economico assunto da chi decide di investire in una attività ad alto livello d innovazione, il nostro legislatore ha esteso l’applicabilità delle procedura da sovraindebitamento anche a questa tipologia di società.
  • Professionista, artista e lavoratore autonomo, società professionali, associazioni professionali o studi professionali associati, società semplici costituite al fine di esercitare l’attività professionale: anche in questo caso, si specifica che il professionista, iscritto in un apposito albo tenuto da un ente pubblico e la cui professione è disciplinata da leggi speciali, potrà accedere al piano del consumatore solo qualora egli abbia assunto obbligazione per scopi estranei all’attività professionale o all’attività imprenditoriale eventualmente svolta. Per estensione, la stessa disciplina è applicabile anche alle associazioni o alle società tra professionisti
  • Enti privati no profit: si tratta di enti privati senza scopo di lucro o non commerciali, dotati o meno di personalità giuridica, e che esercitano attività con rilevanza sociale. Si richiamano, ad esempio, le associazioni riconosciute e non, le fondazioni, le onlus, i comitati e le imprese sociali.

A conclusione di questa esposizione sui soggetti che possono accedere alle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, ricordiamo invece i casi che sono esclusi dal requisito soggettivo:

  • L’imprenditore soggetto alla procedura fallimentare e alle altre procedure concorsuali;
  • Colui che ha fatto già ricorso ad una procedura per ricomporre il sovraindebitamento nei 5 anni precedenti;
  • Colui che ha subito provvedimenti di revoca, risoluzione o annullamento del piano del consumatore o dell’accordo di ristrutturazione dei debiti;
  • Colui che presenta una documentazione incompleta o insufficiente a ricostruire la situazione patrimoniale e finanziaria.

Legge n. 3/2012. Quali costi da sostenere?

Gli anni di aspra congiuntura economica che stiamo attraversando ci vedono, spesso, assistere ad imprese che falliscono, ad attività commerciali che subiscono degli arresti, così come a privati consumatori che si indebitano con banche e società finanziarie, non riuscendo a far fronte ai propri impegni finanziari. È difficile, infatti, non constatare come la crisi economica abbia coinvolto non solo i titolari di aziende, avviate o meno, ma anche le famiglie, costrette sempre più spesso ad accendere prestiti per ripagare i propri creditori. Possiamo facilmente accennare a tutti quei casi di perdita involontaria del posto di lavoro, per riduzione dell’organico aziendale, oppure si pensi ai casi di eventi imprevisti come una lunga malattia, che possono condurre ad una sproporzione tra il reddito disponibile e le spese da sostenere, come le utenze domestiche, il canone di locazione o le rate del mutuo. Insomma, ipotesi più che reali e veritiere, stante i casi di difficoltà economica di cui abbiamo testimonianza quotidianamente.

Comunemente, questa situazione di squilibrio economico viene definito come “sovraindebitamento”: tecnicamente, per sovraindebitamento si intende la situazione di “perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente”; tale è la definizione che possiamo rinvenire nell’art. 6 della Legge n. 3/2012, nota anche come Legge salva suicidi.

Il nostro legislatore è intervenuto con questa legge per poter garantire un salvagente a tutti coloro che, in possesso di determinati requisiti, vogliano procedere ad una composizione della crisi economica, concordando un piano di rientro dei propri debiti ed evitando, così, le conseguenze negative della procedura esecutiva. La legge in esame, che reca disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento, interviene su due fronti: da un lato, modifica la disciplina vigente in tema di usura e di estorsione; dall’altro, invece, introduce una nuova tipologia di concordato, perseguendo una finalità preventiva, per comporre le c.d. crisi di liquidità di debitori. Come affermavo, non tutti i debitori possono ricorrere alle procedure ex Legge n. 3/2012, ma solo coloro per i quali non è possibile il ricorso alle procedure concorsuali; nel concreto, potranno accedere i privati consumatori e le famiglie che non svolgono attività professionale o imprenditoriale, quanto i lavoratori autonomi, gli enti e gli imprenditori, purché non svolgano attività commerciale e, dunque, non siano soggetti alle procedure fallimentari. Sono in ogni caso esclusi dalle procedure di composizione della crisi, ai sensi dell’art. 7 relativo ai presupposti di ammissibilità, coloro che sono soggetti a procedure concorsuali diverse da quelle regolate dalla legge stessa; coloro che hanno fatto ricorso, nei 5 anni precedenti, alle procedure concorsuali; coloro che sono stati ammessi al beneficio e ne sono decaduti per insolvenza; coloro che hanno fornito documentazione che non consente di quantificare il debito e di ricostruire compiutamente la situazione economica e patrimoniale.

Le procedure attivabili dai soggetti suddetti per poter ricomporre la propria situazione debitoria sono sostanzialmente 3:

  1. Il piano del consumatore: il privato cittadino o il consumatore debitore (dunque la persona fisica, sono esclusi i professionisti, le associazioni, gli imprenditori agricoli e i piccoli commercianti) potrà proporre un piano di pagamento rateizzato dei propri debiti ai creditori. Il debitore, tramite il proprio avvocato, dovrà sottoporre la proposta di rientro al Tribunale e quest’ultimo nominerà un Organismo di Composizione della Crisi (O.C.C.), con il compito di verificare la veridicità e l’attendibilità di quanto affermato dal debitore sulla propria situazione finanziaria, nonché la fattibilità del piano di composizione del debito;
  2. L’accordo di ristrutturazione: l’accordo è utilizzabile sia da enti o imprenditori agricoli e piccoli commercianti non fallibili, sia da privati cittadini, da professionisti e da associazioni. Anche in questo caso occorre presentare, col tramite del proprio difensore, un piano di rientro dei propri debiti al Tribunale competente, che dovrà valutare lo stesso ed, eventualmente, accordarlo. Inoltre, si richiede l’accettazione da parte del 60% dei creditori: solo a questa condizione sarà, successivamente, approvato dal Giudice;
  3. La liquidazione del patrimonio: è la situazione di tutti coloro che, per far fronte ai propri debiti e ad una situazione di insolvenza non gestibile in altri modi, cedono il loro patrimonio per adempiere alle loro obbligazioni, cancellando così i debiti.

Dal breve esame che abbiamo fatto, soprattutto delle prime due procedure, possiamo ben constatare l’intervento di professionisti: non parliamo solo dei legali difensori, ma anche di commercialisti, consulenti ed esperti contabili che dovranno accertare la quantificazione del debito e appurare la fattibilità dei piani di ricomposizione dello stesso. A ciò si aggiunge un nuovo organismo, introdotto proprio dalla Legge n. 3/2012, a cui abbiamo accennato: l’Organismo di Composizione della Crisi, noto con l’acronimo O.C.C., che svolge compiti di “ausilio” del debitore poiché dovrà predisporre il piano di ristrutturazione e dargli esecuzione, e al contempo è ausiliario del giudice, in quanto redige la relazione particolareggiata sulla situazione debitoria, verifica la veridicità della proposta transattiva e rilascia la dichiarazione di fattibilità del piano di rientro. I suoi compiti non si esauriscono certo qui: si tratta di un organo che riveste un ruolo centrale per tutto l’iter procedimentale, rappresentando anche le ragioni dei creditori, effettuando tutte le dovute comunicazioni, vigilando sull’adempimento dell’accordo. A tal fine, i componenti dell’Organismo predetto dovranno possedere dei requisiti specifici, quali professionalità, preparazione tecnica, correttezza deontologica, indipendenza e terzietà rispetto agli interessi del debitore e dei creditori.

La nomina dell’O.C.C., così come quella del professionista consulente, saranno dunque preliminari e avverranno nella fase iniziale della procedura. Diversi sono gli Organismi che si sono costituiti negli ultimi anni, a tutela soprattutto dei consumatori privati e dei piccoli imprenditori: oltre ad associazioni di consumatori, è importante richiamare gli O.C.C. costituti presso i vari Tribunali, o quelli predisposti dal sistema delle Camere di Commercio, così come quelli incardinati presso le sedi comunali di alcune città. Anche la città di Bari ha visto il sorgere di diversi O.C.C., soprattutto presso l’Ordine degli Avvocati presso il Tribunale, e presso la C.C.I.A.

Poiché la gestione delle procedure da sovraindebitamento è condotta dai professionisti in esame, i quali hanno specifiche responsabilità in merito alle stesse, è previsto, per il debitore, il pagamento di una tariffa: coloro, infatti, che volessero attuare i piani di rientro o di ristrutturazione del debito dovranno sostenere dei costi e delle spese. In genere, i costi della procedura sono definiti dal tariffario per i professionisti e dal Regolamento che disciplina l’Organismo di Composizione della Crisi. Non è possibile stabilire una cifra unica e fissa, stante l’autonomia di ogni singolo Organismo in merito alla determinazione della tariffa dei professionisti: spesso il compenso devoluto all’O.C.C. è determinato in base alla quantità e alla complessità delle questioni affrontate, al numero dei creditori, all’entità del passivo e dell’attivo realizzato; inoltre, l’Organismo dovrà anche essere rimborsato delle spese effettive sostenute e documentate, dovrà ottenere un rimborso forfettario delle spese generali, oltre agli accessori previdenziali e fiscali previsti per legge.

Ad esempio, l’O.C.C. istituito presso la Camera di Commercio di Bari si è dotato di un Regolamento interno, pubblicato sul sito internet di riferimento, che stabilisce i criteri di determinazione dei compensi e parametra gli stessi sulla base dell’ammontare dell’attivo realizzato o del passivo accertato. Inoltre, nel corso della procedura sarà possibile chiedere al debitore una serie di acconti: qualora il debitore non dovesse provvedere al pagamento degli stessi nei termini fissati dalla Segreteria, potrebbe incorrere nella sospensione della procedura ed, eventualmente, nell’estinzione della stessa.

Se, invece, dovessimo rivolgerci all’Organismo per la Risoluzione della Crisi da Indebitamento istituito presso l’Ordine degli Avvocati di Bari, è previsto il versamento, tramite bonifico, di un importo al fine di attivare la procedura e che varia a seconda del soggetto debitore: la somma sarà di € 500,00 per i soggetti consumatori e di € 1.000,00 per tutti gli altri soggetti, diversi dai consumatori. La copia del bonifico effettuato, allegata all’istanza di attivazione di una delle procedure ex Legge n. 3/2012 e a tutti i documenti da esaminare, dovrà poi essere depositata presso la Segreteria dell’Ordine.

È pur vero che i vari Tribunali hanno previsto dei costi da sostenere al fine di attivare le procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, con il coinvolgimento dei professionisti consulenti: per l’istanza della nomina del professionista che esaminerà il piano di rientro dei debiti, si potrà richiedere il versamento di un contributo unificato pari ad € 98,00 e di € 27,00 per diritti; stessi costi potranno essere richiesti per l’accesso alla procedura, naturalmente considerando separati i compensi dell’O.C.C., come da predetto regolamento dell’organismo stesso.

Infine, occorre considerare che il privato consumatore così come il professionista o il piccolo imprenditore non soggetto a fallimento, al fine di attivare la procedura in esame, dovrà rivolersi ad un legale competente che provvederà a redigere l’istanza da presentare al Giudice, con gli onorari professionali del caso, come da tariffario forense.

Novità sulla crisi da sovraindebitamento. Saldo e stralcio al 10%.

La Legge n. 3/2012 introduce, nel nostro ordinamento, una forma di sostegno e, anche, di soluzione per tutti coloro che si trovano in una situazione di perdurante insolvenza, caratterizzata da un eccessivo indebitamento e dalla difficoltà di sanare l’esposizione debitoria. La realtà odierna ci vede spesso spettatori di imprese che subiscono le conseguenze della grave crisi economica che stiamo affrontando, con la chiusura delle attività commerciali, il dissesto economico, l’attivazione di procedure fallimentari e concorsuali. Ma la crisi non riguarda solo le imprese: basti pensare a tutte quelle famiglie che sono costrette a “sopravvivere”, per la perdita improvvisa del posto di lavoro, o per la sopravvenienza di una difficoltà economica, o per motivi di salute sopravvenuti. È facile, in queste ipotesi, ricorrere a dei prestiti o, persino, al mercato usurario, finendo facilmente in una spirale di insolvenza. Il nostro legislatore non poteva rimanere immune dinanzi a simili situazioni, esimendosi dall’introdurre un concreto sostegno per tutti coloro che vivono la situazione da sovraindebitamento: grazie alla legge predetta, nota anche come “salva-suicidi”, sono state introdotte delle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, di talché il debitore potrà recuperare il proprio stato di insolvenza, coinvolgendo i propri creditori nella risoluzione della crisi.

È importante, in primis, definire il concetto di sovraindebitamento come quella “situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente“: questa difficile situazione diventa oggetto della procedura di composizione della crisi ed è il fulcro su cui si fondano le 3 procedure disciplinate dalla normativa in esame.

Non è sufficiente, però, il solo requisito oggettivo, poiché la legge richiede, dal punto di vista soggettivo, al fine di attivare le procedure di rientro dei debiti, che le stesse siano attivate da tutti quei soggetti che non rientrano nelle disposizioni previste dalla Legge Fallimentare. Una novità importante, dunque, poiché si tutela la c.d. insolvenza civile: il privato consumatore, le famiglie, i professionisti, le associazioni e gli enti no profit, le aziende agricole, i piccoli imprenditori non fallibili. Si tratta di soggetti che non possono richiedere le procedure concorsuali e che, per anni, sono rimasti al di fuori della possibilità di poter raggiungere un accordo per la ricomposizione della situazione debitoria. Con la legge in esame, invece, il debitore suddetto potrà ottenere la soddisfazione dei creditori sulla base della reale situazione economica ed effettiva disponibilità, e non solo, poiché potrà ottenere anche la sospensione delle procedure esecutive individuali eventualmente già attivate (si pensi ai pignoramenti mobiliari e immobiliari); potrà anche bloccare le cessioni del quinto dello stipendio oppure potrà pagare parzialmente i debiti chirografari, ossia i debiti non garantiti. I debiti che possono rientrare nel procedimento di composizione della crisi da sovraindebitamento sono i più diversi: i debiti contratti verso banche e società finanziare; i debiti verso i fornitori; i debiti contratti verso altri privati (si pensi ai debiti di condominio); i debiti tributari e fiscali come quelli verso l’Agenzia delle Entrate o Equitalia.

Quali procedure potranno essere attivate affinché il privato consumatore e il soggetto non fallibile possa sanare il proprio stato di insolvenza?

Queste sono sostanzialmente tre:

  1. il piano del consumatore, attuabile solo dal privato debitore e dalle famiglie. Il debitore sarà coadiuvato, nella redazione del piano, dall’Organismo di Composizione della Crisi (l’O.C.C.); successivamente, il piano sarà sottoposto al vaglio del Giudice competente, il quale valuterà non solo la sua fattibilità ma anche la meritevolezza del debitore. Il decreto di omologa pronunciato dal Giudice renderà esecutivo il piano, che non necessita dell’assenso dei creditori;
  2. l’accordo di ristrutturazione del debitore, stavolta utilizzato dalle imprese non fallibili e definito spesso come “piccolo concordato”, proprio perché studiato in alternativa alle procedure concorsuali previste dalla legge fallimentare. A differenza del piano del consumatore, l’accordo in esame, sempre redatto in collaborazione con i professionisti dell’O.C.C., dovrà ottenere il consenso dei creditori che rappresentino il 60% del debito al fine di diventare esecutivo ed obbligatorio per tutti, con l’omologazione del Giudice;
  3. la liquidazione dei beni del debitore, terza ed ultima alternativa procedurale caratterizzata da una esposizione debitoria difficile da transigere e che prevede la redazione di un inventario del patrimonio del debitore, la predisposizione di un piano di vendita e di riparto del ricavato tra i vari creditori e, dunque, lo spossessamento del debitore dei suoi beni. La procedura prevede la nomina di un liquidatore, che potrà essere anche un consulente dell’O.C.C., il quale si occuperà della vendita del patrimonio mobiliare e immobiliare del debitore privato/impresa e della successiva soddisfazione delle pretese creditorie.

Con l’attivazione delle richiamate procedure, qualora esitano le condizioni, il debitore potrà ottenere l’esdebitazione di quanto non pagato: questo è uno dei benefici introdotti dalla Legge n. 3/2012 e comporta la liberazione del debitore da ogni altro debito residuo, con la conseguente liberazione dalla situazione di insolvenza e la cancellazione del proprio nominativo da tutti i registri di cattivo pagatore. Per poter ottenere un simile beneficio, il debitore dovrà avere un comportamento ligio e corretto durante lo svolgimento dell’accordo/piano: dovrà essere meritevole, non intralciando o ritardando in alcun modo le fasi della procedura.

Proprio con riferimento alla procedura di liquidazione dei beni del debitore, occorre richiamare una novità introdotta dapprima con il Contratto di Governo del maggio 2018, e successivamente diventata effettiva con il c.d. Decreto Fiscale dell’ottobre 2018. Parliamo della nota “pace fiscale”: si tratta di una serie di misure volte a migliorare le procedure di riscossione dei debiti, soprattutto in riferimento a quelli difficilmente estinguibili per perdurante insolvenza dei debitori. Al fine, dunque, di rimuovere lo squilibrio economico caratterizzato dalla prevalenza di obbligazioni non adempiute e per poter favorire l’estinzione dei debiti in tutti i casi di accertata e involontaria difficoltà economica, sono state approntate delle misure di riscossione agevolata: la Legge n. 145/2018, divenuta Legge di Bilancio 2019, ha previsto una sorta di “super rottamazione”, con accesso al “saldo e stralcio” per i debiti fiscali e previdenziali per tutte le persone fisiche – debitori che vivono uno stato di grave e comprovata difficoltà economica.

Tralasciando l’art. 4 della legge in esame, che prevedeva lo stralcio dei debiti fino ad € 1.000,00 affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010, per i quali era previsto l’annullamento contabilmente il 31 dicembre scorso, quella che analizzeremo, per i suoi risvolti sulla procedura da sovraindebitamento, è la c.d. rottamazione-ter, prevista dall’art. 3, ossia la definizione agevolata dei carichi affidati all’agente della riscossione dal 1/1/2000 al 31/12/2017. Il c.d. saldo e stralcio dei debiti fiscali e previdenziali è riservato solo alle persone fisiche, non potendovi accedere gli imprenditori soggetti a fallimento e procedure concorsuali. I debiti che possono essere oggetto di questa agevolazione sono quelli affidati agli agenti della riscossione nell’arco temporale già indicato e che derivano dall’omesso versamento di imposte derivanti dalla dichiarazione annuale dei redditi (IRPEF) e dalla dichiarazione ai fini IVA.

Per poter beneficiare della rottamazione-ter, deve rilevare il requisito oggettivo previsto all’art. 1, comma 186 della Legge di Bilancio: la persona fisica/debitore deve versare in una grave e comprovata situazione di difficoltà economica caratterizzata da un indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) del suo nucleo familiare che non deve superare i 20.000,00 €. In questa ipotesi, coloro che chiederanno la sanatoria dei debiti tributari e contributivi, otterranno la loro estinzione senza dover corrispondere le eventuali sanzioni comprese in tali carichi e gli interessi di mora. L’adesione alla pace fiscale, infatti, consente l’abbattimento integrale delle sanzioni e una riduzione del capitale da versare, variabile a seconda della classe di ISEE del debitore. Infatti, gli sconti sul capitale sono scaglionati in funzione del valore ISEE e l’importo da pagare sarà minore quanto più basso sarà l’indicatore. Naturalmente la dichiarazione del debitore sarà soggetto a tutti i necessitati controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza, per confermare la correttezza dei dati o, eventualmente, per rettificarli chiedendone l’integrazione entro 20 giorni.

Come accennato in precedenza, la novità introdotta con la Legge di Bilancio 2019 e che riguarda i soggetti in crisi da sovraindebitamento è quella prevista dall’art. 1, comma 188: il saldo e stralcio si applica anche a tutti quei contribuenti per i quali è stata aperta, alla data di presentazione della dichiarazione con cui si richiede l’accesso alla “pace fiscale”, una procedura di liquidazione del patrimonio per ricomporre la situazione di insolvenza. Questa ipotesi soffre di una eccezione rispetto alla precedente situazione: i soggetti in stato di sovraindebitamento, infatti, non dovranno presentare la dichiarazione ISEE e, quindi, potranno estinguere i debiti previdenziali e fiscali iscritti a ruolo indipendentemente dal valore ISEE del proprio nucleo familiare. La procedura di liquidazione funge da requisito necessario e sufficiente per poter essere ammessi di diritto alla sanatoria in esame; inoltre, con l’ammissione al saldo e stralcio, l’importo da pagare a titolo di capitale e interessi da ritardata iscrizione sarà pari al 10% di quello dovuto, dopo aver sottratto sanzioni e interessi di mora, con un contestuale stralcio del 90% dell’intero debito. Una cifra notevole, considerando che, se il debitore in stato di congenita insolvenza non avesse un valore ISEE tale da poter accedere alla rottamazione-ter, gli basterebbe chiedere la liquidazione di tutti i suoi beni e, nell’ambito della procedura avviata, dichiarare di voler aderire alla sanatoria del saldo e stralcio delle proprie cartelle. A questo scopo, il debitore privato dovrà allegare alla dichiarazione di adesione alla sanatoria, una copia conforme del decreto di apertura della liquidazione del Giudice competente, al fine di dimostrare l’avvenuta instaurazione della procedura di composizione della crisi tramite vendita del proprio patrimonio.

Infine, ricordiamo che per accedere alla rottamazione-ter, occorre presentare una apposita domanda di adesione al saldo e stralcio delle cartelle entro e non oltre il 30 aprile 2019; le modalità di adesione sono le stesse per tutti i contribuenti, sia per coloro che hanno il valore ISEE come indicato dalla legge, sia per coloro che accedono alla procedura di liquidazione del patrimonio. Il modulo di adesione è stato predisposto dalla Agenzia delle Entrate-Riscossione e dovrà essere inoltrato tramite PEC, online o recandosi presso gli stessi Uffici dell’Agenzia.

L’importo dovuto potrà essere rateizzato in base a queste scadenze:

  • il 35% entro il 30/11/2019;
  • il 20% entro il 31/03/2020;
  • il 15% entro il 31/07/2020;
  • il 15% entro il 31/03/2021;
  • l’ultimo 15% entro il 31/07/2021.

Come si svolge la procedura del sovraindebitamento?

La Legge n. 3/2012, definita anche come “legge salva suicidi”, ha introdotto nel nostro ordinamento una soluzione transattiva per tutti coloro che si trovano in stato di sovraindebitamento. Si definisce tale quella situazione caratterizzata da uno “squilibrio persistente tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente”.

La crisi economica perdurante ha, infatti, provocato situazioni di difficoltà finanziaria non solo per le imprese, per le quali già vige la normativa relativa alle procedure concorsuali, ma anche per tutti coloro che subiscono le fluttuazioni del mercato, indebitandosi ad oltranza e non ottemperando alle proprie obbligazioni.

Gli esempi che si possono fare sono i più disparati: si pensi ai liberi professionisti, come avvocati o contabili; si pensi alle famiglie e ai privati consumatori, che subiscono reali situazioni di difficoltà economica in seguito alla perdita improvvisa del posto di lavoro, oppure per spese improvvise e necessitate come quelle da affrontare per una malattia; ancora, pensiamo alle associazioni o agli enti che non svolgono attività commerciale e che necessitano ugualmente di tutela, in caso di squilibrio economico.

Qualora si verifichi, dunque, una crisi di liquidità per tali soggetti, oggi è possibile, grazie alla predetta legge, attivare una procedura di esdebitazione, che consente di aiutare concretamente i soggetti indebitati a far fronte alle proprie obbligazioni, attraverso dei meccanismi di composizione transattiva e dei piani personalizzati di pagamento del debito.

Concretamente, i soggetti che possono ricorrere a questa procedura sono: famiglie e privati consumatori; piccoli imprenditori, artigiani e commercianti non soggetti alla legge sul fallimento e ad altre procedure concorsuali; liberi professionisti; enti e associazioni del no profit. Le procedure attivabili da queste categorie per ricomporre i propri debiti, e che dovrebbero realizzare il c.d. discharge, ossia la cancellazione dei debiti pregressi, sono tre:

  1. Il piano del consumatore; si tratta di una proposta di pagamento rateizzato dei debiti, che il debitore privato cittadino propone ai propri creditori;
  2. L’accordo di ristrutturazione del debito; saranno gli enti e tutte le imprese, non soggette a fallimento, a presentare un piano di pagamento dei propri debiti, il quale dovrà ottenere l’accettazione del 60% dei creditori;
  3. La liquidazione del patrimonio, ossia la cessione, da parte del debitore, del proprio patrimonio al fine di ottemperare alle proprie obbligazioni. Sono esclusi dalla cessione dei beni quelli non pignorabili, quelli necessari per il sostentamento della propria famiglia, quelli per il mantenimento e l’alimentazione.

Per tutte le ipotesi suddette, il debitore (sia privato che piccolo imprenditore) dovrà predisporre una proposta, un piano di rientro o un accordo, per cui si richiede l’intervento di un professionista esperto contabile, che dovranno essere valutati e approvati anche dal Giudice del Tribunale presso cui si presenta l’istanza di composizione della crisi. La proposta di accordo dovrà essere depositata presso il Tribunale del luogo di residenza o sede principale del debitore. Il consumatore, a sua volta, dovrà depositare la proposta di piano presso il Tribunale del luogo ove ha la residenza. 

La proposta (sia accordo che piano) deve contenere: l’elenco di tutti i creditori; l’elenco di tutti i beni e degli atti di disposizione su di essi compiuti negli ultimi cinque anni; le dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni (nel caso di accordo); l’elenco delle spese correnti necessarie al sostentamento della famiglia; la composizione del nucleo familiare; le scritture contabili degli ultimi tre esercizi con dichiarazione di conformità all’originale (nel caso di accordo del “debitore non fallibile”); la dichiarazione degli eventuali redditi percepiti. La proposta verrà poi sottoposta al vaglio dell’Organismo di Composizione della Crisi da Sovraindebitamento (O.C.C.), composto da professionisti, consulenti contabili e commercialisti, che valuteranno la stessa, faranno le opportune verifiche contabili e dichiarative, esprimeranno un giudizio di fattibilità sulla stessa, relazionandone l’esito al Giudice istruttore. Gli O.C.C. sono stati costituiti ad hoc, con la nuova legge sul sovraindebitamento, da enti pubblici (si riscontrano presso i vari Tribunali e le Camere di Commercio) e sono iscritti in un apposito registro; hanno il precipuo compito di svolgere attività di assistenza al debitore, al fine di superare la crisi di liquidità; di risolvere le difficoltà che possono insorgere nel corso della esecuzione dell’accordo e di vigilare sull’esatto adempimento dello stesso.

A tal proposito, è opportuno distinguere le varie fasi della procedura da sovraindebitamento, a seconda che si presenti un piano del consumatore, un accordo di ristrutturazione del debito o la liquidazione del patrimonio del debitore.

Cerchiamo di analizzarle singolarmente.

Fasi del piano del consumatore

  1. Redazione della proposta da parte del debitore, con l’ausilio dell’O.C.C. e deposito della stessa;
  2. Valutazione del piano di ricomposizione della situazione debitoria da parte del Giudice, il quale esprime un giudizio di fattibilità dello stesso in relazione ai presupposti esistenti al fine di attivare la procedura e un giudizio di meritevolezza sul comportamento complessivo del debitore privato, anche sulla base di una relazione particolareggiata presentata dall’O.C.C. e sulla sua mancanza di colpa nella determinazione della situazione di insolvenza;
  3. I creditori potranno essere convocati in Udienza e ascoltati, ma non è prevista l’obbligatorietà della loro accettazione né è richiesto un loro accordo preventivo;
  4. L’O.C.C. provvede ad informare i creditori del decreto di ammissione alla procedura, del piano di rientro e della data dell’Udienza di omologa almeno 30 gg prima dell’Udienza stessa;
  5. Nel corso dell’Udienza di omologa del piano del consumatore, i creditori potranno opporsi al piano, sollevando delle contestazioni circa la convenienza del piano; in tal caso, il Giudice potrà procedere alla omologazione solo se ritiene che il credito di chi solleva la contestazione possa essere utilmente soddisfatto sulla base del piano presentato. L’omologazione deve avvenire entro il termine di 6 mesi dal deposito della proposta, ma il termine non si considera perentorio;
  6. Eventuale opposizione dei creditori al decreto di omologa del piano del consumatore, attraverso reclamo al Tribunale competente.

Fasi dell’accordo di ristrutturazione del debito

  1. Redazione della proposta da parte del debitore, con l’ausilio dell’O.C.C. e deposito della stessa;
  2. Fissazione dell’Udienza di ammissione alla procedura, in cui il Giudice valuta la proposta di ristrutturazione del debito da parte del debitore “non fallibile”, esprimendo un giudizio di legittimità dell’atto, relativamente alla esistenza dei requisiti di ammissibilità alla procedura, e un giudizio di fattibilità della proposta;
  3. Intervento dell’Organismo di Composizione della Crisi, che provvederà alla formazione del passivo e a verificare l’esistenza della maggioranza necessaria per approvare l’accordo. Qualora si riscontri l’avvenuto raggiungimento della maggioranza, i professionisti competente dell’O.C.C. redigeranno una relazione particolareggiata sull’accordo, sul quorum ottenuto e sulle eventuali contestazioni presentate dai creditori, e la trasmetteranno al Giudice competente;
  4.  Udienza di omologazione, in cui sarà possibile l’audizione dei creditori coinvolti dall’accordo, i quali dovranno votare la proposta presentare per il risanamento della crisi. Al fine di ottenere l’omologazione, cioè per poter esplicare efficacia nei confronti dei creditori, l’accordo dovrà ottenere il consenso di creditori che rappresentino almeno il 60% dell’ammontare dei crediti. Gli stessi saranno, dunque, interpellati dal Tribunale competente perché solo con il voto favorevole della predetta percentuale, l’accordo proposto verrà accettato e diventerà vincolante e obbligatorio sia per il debitore che per i creditori intervenuti;
  5. Pubblicazione della omologa nel Registro delle Imprese e presso gli uffici competenti a cura dell’O.C.C.;
  6. Fase esecutiva attuata dall’O.C.C., che provvederà anche alla liquidazione dei beni del debitore al fine di soddisfare le pretese creditore, come da accordo omologato.

Fasi della liquidazione del patrimonio del debitore

  1. Redazione della proposta da parte del debitore, con l’ausilio dell’O.C.C., che dovrà includere un inventario dei beni in suo possesso ai fini della vendita, e deposito della stessa. Tutta la documentazione prodotta dovrà consentire la ricostruzione veritiera e corretta della situazione patrimoniale e finanziaria del debitore;
  2. Fissazione dell’Udienza in cui il Giudice valuta la proposta di liquidazione del patrimonio, esaminando i requisiti di ammissibilità alla procedura, e provvede alla nomina di un liquidatore o affida il relativo incarico allo stesso O.C.C., ordinando lo spossessamento dei beni oggetto della liquidazione in favore del liquidatore;
  3. Predisposizione dell’inventario da parte del liquidatore e comunicazione ai creditori della possibilità di presentare domanda di ammissione al passivo; i creditori hanno 15 gg di tempo per presentare eventuali osservazioni al liquidatore / O.C.C., il quale dovrà valutarle e, nel caso, accoglierle;
  4. Approvazione dello stato passivo e relativa comunicazione ai creditori, con successivo deposito dell’inventario e dello stato passivo presso la Cancelleria del Tribunale;
  5. Fase della liquidazione: trascorsi 30 gg dal deposito dello stato passivo, il liquidatore dovrà presentare il programma di liquidazione, informando sia i creditori che il venditore delle relative operazioni di vendita, e procederà con la liquidazione secondo la tempistica del programma. Il ricavato ottenuto dalla liquidazione servirà per ripagare i debiti contratti, sulla base della proposta presentate e approvata.

Per tutte e tre le procedure esaminate è importante specificare che sia l’accordo di ristrutturazione che il piano del consumatore, così come il piano di liquidazione, sono obbligatori per tutti i creditori anteriori al momento in cui è stata eseguita la dovuta pubblicità dell’accordo o in cui è stato omologato, con decreto del Giudice, il piano di rientro o di liquidazione; a maggior ragione, dunque, i creditori che presentino causa o titolo posteriore non potranno procedere esecutivamente sui beni che sono oggetto dell’accordo o del piano.