TASSO DI INTERESSE INDICATO IN CONTRATTO ERRATO O OMESSA INDICAZIONE DEL TAE, DIRITTO ALLA RESTITUZIONE DI UNA PARTE DEGLI INTERESSI VERSATI

Hai sottoscritto un contratto di finanziamento o di mutuo e pensi che il tasso sia troppo elevato? Attenzione, la Banca potrebbe aver applicato al tuo contratto un tasso di interesse superiore a quello che hai accettato!


Non di rado nel versare alla Banca le rate del proprio finanziamento o del mutuo si ha la sensazione di corrispondere un importo eccessivo di interessi, ebbene, gli ultimi orientamenti giurisprudenziali confermano che questa sensazione potrebbe essere corretta.
In molti casi può accadere, infatti, che l’Istituto di credito indichi in contratto il solo TAN che individua il tasso di interesse corrispettivo applicato al rapporto; in altre parole, l’importo di interessi che compone la rata.


La norma che disciplina la materia è, in primis, l’art. 117, co. 4, del Testo Unico Bancario, il quale impone alle Banche di indicare nei contratti bancari il “tasso di interesse”. È evidente, infatti, che la ratio della disposizione normativa sia quella di stabilire con certezza quale sia l’importo dovuto a titolo di interessi corrispettivi durante l’ammortamento del mutuo, al fine di delineare con chiarezza l’oggetto del contratto.


Orbene, nell’ipotesi in cui la rata sia determinata con scadenza diversa dall’annualità, la quota di interessi che effettivamente verrà pagata annualmente dal mutuatario cresce rispetto a quella ricavata dall’applicazione del solo Tan indicato nel contratto.

Per tale ragione ai fini della corretta applicazione della norma occorre indicare non solo il TAN ma anche il TAE del contratto
Il Tasso Annuo Effettivo, infatti, indica il tasso di interesse corrispettivo effettivamente praticato dall’Istituto di Credito, tenuto conto della ripartizione delle rate durante l’anno (mensile, trimestrale, semestrale, annuale) e del regime finanziario applicato.
Non vi è dubbio che ciò si traduca in un danno per il contraente che si troverà a corrispondere interessi di gran lunga maggiori rispetto a quelli che avrebbe versato se il tasso effettivamente applicato fosse stato quello indicato nel contratto.
La Banca ha quindi violato la disposizione di cui all’art. 117, co. 4, Tub, in quanto il contratto oggetto della presente opposizione non indica il reale tasso di interesse corrispettivo dovuto dal mutuatario.


Sul punto occorre citare l’orientamento della CORTE D’APPELLO DI BARI che, con sentenza n. 1890 ha evidenziato la scorrettezza della condotta della Banca che non indica il corretto tasso di interesse del contratto né evidenzia il regime finanziario applicato al rapporto.
La sentenza appena richiamata è estremamente chiara nello statuire la nullità della clausola pattizia degli interessi per indeterminatezza e per inosservanza della forma scritta ad substantiam in caso di pattuizione del solo T.A.N. senza pattuizione del regime finanziario di capitalizzazione degli interessi; in caso di subdola applicazione del regime composto, è necessario rideterminare il dare avere del mutuo previa rimodulazione del piano di ammortamento in regime semplice con contestuale applicazione dei tassi BOT ex art. 117 TUB.


Ciò in quanto, “nel caso di omessa indicazione del regime finanziario di capitalizzazione, non è possibile conoscere ex ante il monte complessivo degli interessi cui il finanziato si è obbligato; né vale ad integrare il requisito della determinatezza la predisposizione del piano di ammortamento, il quale costituisce solo l’esito numerico finale dell’applicazione di “criteri” e “parametri” di calcolo del tasso di interesse (quali, in particolare, il regime finanziario ed il metodo di computo degli interessi utilizzati) mai esplicitati in contratto, né obiettivamente individuabili dalla documentazione ad esso allegata e dunque non conoscibili all’atto di assunzione dell’obbligo negoziale.”


La divergenza tra T.A.N. e T.A.E., in difetto di previsione pattizia del T.A.E. e del regime finanziario applicato, rende indeterminata la clausola relativa al tasso di interesse, dal momento che l’individuazione del tasso effettivo di interesse viene affidata ad un artificioso ed occulto incremento del tasso pattuito conseguente all’applicazione della formula dell’interesse composto nella fase di elaborazione del piano di ammortamento sulla base di un regime finanziario (quello dell’interesse composto) non previsto in contratto (cfr., sul punto, T. Massa, 3 agosto 2020; T. Lucca, 10 giugno 2020; App. Campobasso, 5 dicembre 2019; T. Cremona, 28 marzo 2019; T. Bari 29 ottobre 2008).


A ben vedere, a parità di importo finanziato, di T.A.N. contrattuale, di durata del piano di rimborso e di numero di rate, due prestiti, a seconda del regime di capitalizzazione, produrranno un costo del tutto diverso, che risulterà decisamente più alto in regime di capitalizzazione composta, mentre sarà indiscutibilmente più ridotto in regime di capitalizzazione semplice, e la differenza del monte interessi sarà costituita, per l’appunto, dalla componente anatocistica generata dall’impiego del regime composto.


Peraltro l’ammortamento a rata costante viola l’art. 1283 c.c., perché determina, nel regime di capitalizzazione composta adottato – ma non dichiarato – dall’istituto di credito, un’accelerazione nella crescita degli interessi rispetto ad una loro crescita proporzionale, realizzando, per questa via, nella successione di scadenze predeterminate nei piani di ammortamento, la loro capitalizzazione e dunque una spirale ascendente del monte interessi.


Al fine di appurare l’errata indicazione del tasso di interesse e l’omessa indicazione del regime di capitalizzazione composta degli interessi, occorre effettuare una perizia econometrica sul contratto di finanziamento e/o di mutuo che potrà essere redatta da professionisti del nostro studio. L’eventuale riscontro di irregolarità contrattuali potrà essere fatto valere nei confronti dell’Istituto di credito al fine di poter ottenere la restituzione di quanto versato in eccedenza negli anni dal cliente.

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FIDEIUSSIONI NULLE, LA CASSAZIONE INTERVIENE A FAVORE DEI CLIENTI BANCARI.

Hai firmato una fideiussione per garantire un prestito concesso ai tuoi figli? Oppure sei un imprenditore che per ottenere un prestito per finanziare la propria azienda ha sottoscritto una garanzia personale? Controlla il contratto sottoscritto, potresti essere liberato da ogni obbligo e obbligazione contratta con la banca!


Con la sentenza 30 dicembre 2021, n. 41994 (testo in calce), la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha messo fine ad un annoso dibattito sulla validità delle fideiussioni considerate conformi allo schema contrattuale “suggerito” dall’Abi Associazione Bancaria Italiana nel quale comparivano tre clausole notevolmente svantaggiose per la clientela bancaria. In concreto, l’Associazione Banche Italiane nel corso del 2003 aveva redatto uno schema di contratto tipo di fideiussione omnibus che gli Istituti di credito hanno iniziato (ma in realtà già lo adoperavano) ad utilizzare in maniera non solo conforme, ma anche uniforme.
Proprio tale condotta, a parere della Banca d’Italia costituiva un illecito concorrenziale, cioè un comportamento contrario alla normativa antitrust (Legge n. 287/1990) in quanto ritenuto restrittivo della concorrenza (Provvedimento n. 55/2005). Nei fatti, il cliente bancario che si recava presso gli sportelli dei vari Istituti di credito per valutare l’offerta contrattuale migliore, trovandosi di fronte sempre lo stesso schema di contratto precostituito dall’Abi (a seguito di un’intesa a monte del ceto bancario), era costretto ad accettare clausole a lui sfavorevoli.


Le clausole incriminate sono le seguenti:
la clausola di reviviscenza secondo cui il fideiussore deve “rimborsare alla banca le somme che dalla banca stessa fossero state incassate in pagamento di obbligazioni garantite e che dovessero essere restituite a seguito di annullamento, inefficacia o revoca dei pagamenti stessi, o per qualsiasi altro motivo” (art. 2);
la clausola di rinuncia ai termini ex art. 1957 c.c. a mente della quale “i diritti derivanti alla banca dalla fideiussione restano integri fino a totale estinzione di ogni suo credito verso il debitore, senza che essa sia tenuta ad escutere il debitore o il fideiussore medesimi o qualsiasi altro coobbligato o garante entro i tempi previsti, a seconda dei casi, dall’art. 1957 c.c., che si intende derogato” (art. 6) la clausola di sopravvivenza secondo la quale “qualora le obbligazioni garantite siano dichiarate invalide, la fideiussione garantisce comunque l’obbligo del debitore di restituire le somme allo stesso erogate” (art. 8).

Orbene, nessun dubbio sulla illiceità dell’intesa a monte concretatasi con la stesura del “modello Abi” del 2003, la questione controversa ed oggetto dell’intervento della Cassazione riguardava le sorti del contratto a valle, cioè quello sottoscritto dal singolo cliente bancario.


Sul punto si erano creati diversi orientamenti giurisprudenziali di cui la sentenza dà conto. Secondo un primo indirizzo, la soluzione preferibile è la nullità totale del contratto di fideiussione a valle dell’intesa vietata; secondo un altro, è preferibile la tesi della nullità parziale delle clausole del contratto.


Dopo aver ricostruito i vari indirizzi giurisprudenziali e dottrinali in merito alle tutele riconoscibili al cliente-fideiussore, le Sezioni Unite ritengono di aderire alla tesi della nullità parziale. La ratio dell’art. 2 c. 2 lett. a) legge antitrust consiste nel creare un bilanciamento tra libertà di concorrenza e tutela delle situazioni giuridiche dei soggetti diversi dagli imprenditori. Infatti, la legge antitrust ha come destinatari, non soltanto gli imprenditori, ma anche gli altri soggetti del mercato, come il consumatore finale (Cass. SS.UU. 2207/2005).

Il destinatario, quindi, è legittimato ad esperire sia la tutela reale (nullità del contratto di fideiussione a valle) che quella risarcitoria. Inoltre, l’art. 2 c. 3 legge cit. commina la nullità delle intese vietate ad ogni effetto, con ciò facendo riferimento anche ai contratti che realizzano l’intesa vietata.


Ne deriva che, qualora una di queste clausole fosse presente nel contratto di fideiussione sottoscritto dal cliente bancario, tale clausola sarebbe nulla e in alcune ipotesi questo potrebbe comportare la caducazione dell’intero contratto a valle e la conseguente liberazione del fideiussore.

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POSSIBILITA’ DI STRALCIO DELLA POSIZIONE DEBITORIA CON L’AGENZIA DELLE ENTRATE ANCHE TRAMITE LA PROCEDURA DA SOVRAINDEBITAMENTO

Il saldo e stralcio delle cartelle tarda ad arrivare o comunque non si hanno le possibilità economiche di rateizzare la debitoria maturata con la P.A.? La procedura da sovraindebitamento può essere la soluzione!

La procedura di composizione delle crisi da sovraindebitamento è stata introdotta dalla l. 27 gennaio 2012, n. 3, intitolata “Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento”, successivamente modificata dal d.l. 22 dicembre 2011, n. 212, convertito dalla l. 17 dicembre 2012, n. 221. Si tratta della legge spesso citata come “legge Centaro”, dal nome del senatore (un magistrato) unico firmatario della stessa, ma forse più nota ai non addetti ai lavori come legge “salva suicidi”. L’art. 6, comma 1, della l. n. 3/2012, intitolato “Finalità e definizioni” – individua con chiarezza la natura della procedura, precisando che si tratta di un “accordo con i creditori”, finalizzato a «porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento non soggette né assoggettabili a procedure concorsuali (diverse da quelle regolate dal presente capo)». In particolare, essa consente di pagare – in misura ridotta – i debiti, sulla base della capacità patrimoniale e reddituale, e di ottenere un fresh start che – nelle intenzioni del legislatore – consente di evitare il ricorso a forme di credito alternative (ad esempio, il prestito usurario).

Le procedure di composizione della crisi sono tre:

1) l’accordo di ristrutturazione dei debiti;

2) il piano del consumatore;

3) la liquidazione del patrimonio.


L’accordo di ristrutturazione o accordo di composizione della crisi si differenzia dalle altre procedure poiché può essere introdotta da soggetti che svolgono o hanno svolto attività imprenditoriale e hanno maturato una debitoria rinveniente, anche in parte, dall’esercizio dell’attività di impresa. Al fine di ottenere l’accoglimento della proposta è necessario che il ceto creditore dia il proprio consenso nella misura del 60 % dei crediti (e non il 60 % dei creditori) inseriti nel piano.


In molti casi, quindi, l’accordo con i creditori non viene omologato in virtù della difficoltà nel raggiungere tale percentuale di adesioni, spesso anche per il voto contrario dell’Agenzia delle Entrate.


Ebbene, la riforma intervenuta nel dicembre del 2020, d.l. 137/2020, convertito in L. 176/2020, ha reso di gran lunga più semplice l’accoglimento delle proposte di accordo di composizione della crisi.


Va, infatti, ritenuto raggiunto l’accordo di composizione della crisi, ai sensi dell’art. 12, comma 1, L. 3/2012, e va, quindi, comunicata ai creditori la relazione del gestore della crisi sull’esito del voto ai fini delle eventuali contestazioni e della successiva omologazione, quando non sia stata raggiunta la maggioranza del 60% dei creditori aventi diritto al voto, ma il voto negativo espresso dall’Agenzia delle Entrate debba ritenersi convertito ipso iure in voto positivo ai sensi dell’art. 12, comma 3 quater L. 3/2012, come introdotto dall’art. 4 ter comma 1 lett. f, d.l. 137/2020, convertito in L. 176/2020, quando tale voto sia: a) decisivo ai fini dell’approvazione della proposta; b) la proposta di accordo consenta una soddisfazione maggiore dell’Agenzia rispetto a quella ricavabile dalla procedura di liquidazione del patrimonio ai sensi degli artt. 14 ss. L. 3/2012.


Tale intervento normativo spiana la strada all’instaurazione e all’omologazione di numerosi accordi di composizione della crisi che abbiano come creditore principale l’Agenzia delle Entrate o, in ogni caso, degli Enti statali o locali.

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DL Ristori: modifiche alla legge sul sovraindebitamento

Approvato al Senato il maxiemendamento sostitutivo del disegno di legge di conversione del primo decreto Ristori con cui viene anticipata l’entrata in vigore di una parte delle modifiche previste nel Codice della crisi e dell’insolvenza in materia di sovraindebitamento. L’obiettivo dichiarato è quello di aiutare gli imprenditori non fallibili e le loro famiglie la cui condizione economica già resa difficile a causa della crisi sistemica degli ultimi anni è stata ulteriormente aggravata a causa dell’emergenza economico-sanitaria “Covid-19”. Tra le altre modifiche sul sovraindebitamento vengono estensi a favore dei soci, illimitatamente responsabili gli effetti dell’accordo di composizione della crisi proposta dalla società ai suoi creditori. Inoltre nelle procedure familiari, i componenti della stessa famiglia potranno presentare un’unica procedura di composizione della crisi, quando sono conviventi o quando il sovraindebitamento ha un’origine comune.

Riforme che hanno recepito le lacune evidenziate negli ultimi anni dagli operatori, già colmate dalle prassi oggi finalmente legittimate dalla normativa.

Come noto agli operatori l’articolo 5 del D.L. 23/2020, emanato l’8 aprile 2020 in piena emergenza sanitaria da Covid-19, il Governo aveva posticipato al 1° settembre 2021 l’entrata in vigore della parte del Codice della crisi che avrebbe avuto decorrenza dal 15 agosto 2020.

Quindi il Decreto Ristori (d.l. n. 137/2020) convertito in legge e stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 dicembre 2020 con l’entrata in vigore degli emendamenti al testo originario ed ha incorporato anche le norme contenute nei successivi decreti, Ristori-bis (d.l. n. 149/2020), Ristori-ter (d.l. n. 154/2020) e Ristori-quater (d.l. n. 157/2020).

Ecco l’estratto del norme che portano una serie di modifiche alla legge n. 3/2012, in tema di sovraindebitamento, e che di fatto anticipano le misure contenute nel nuovo codice della crisi di impresa (d.lgs. n. 14/2019); sinteticamente ivi si riportano alcune modifiche:

Viene introdotto un ampliamento del perimetro dei requisiti soggettivi di accesso, grazie al quale rientrano nella nozione di consumatore anche i soci illimitatamente responsabili di società di persone, e un’apertura per le c.d. procedure familiari, nonché per la previsione dell’esdebitazione dell’incapiente.

Viene introdotta …

Art. 4-ter.–(Semplificazioni in materia di accesso alle procedure di sovraindebitamento per le imprese e i consumatori di cui alla legge 27gennaio 2012, n.3, e norme relative alle procedure pendenti)–1. Allalegge 27 gennaio 2012, n.3, sono apportate le seguenti modificazioni:
a)all’articolo 6, comma 2, la lettera b)è sostituita dalla seguente:
“b)per ‘consumatore’: la persona fisica che agisce per scopi estraneiall’attività imprenditoriale, commerciale, artigiana o professionale even­tualmente svolta, anche se socio di una delle società appartenenti ad unodei tipi regolati nei capi III, IV e VI del titolo V del libro quinto del codice civile, per i debiti estranei a quelli sociali”;
b)all’articolo 7:
1) al comma 1, il terzo periodo è soppresso;
2) al comma 2, dopo la lettera d)sono aggiunte le seguenti:
“d-bis) ha già beneficiato dell’esdebitazione per due volte;d-ter)limitatamente al piano del consumatore, ha determinato la si­tuazione di sovraindebitamento con colpa grave, malafede o frode;d-quater)limitatamente all’accordo di composizione della crisi, ri­sulta abbia commesso atti diretti a frodare le ragioni dei creditori”;
3) dopo il comma 2-bis è aggiunto il seguente:
“2-ter. L’accordo di composizione della crisi della società produce isuoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili”;
c) dopo l’articolo 7 è inserito il seguente:
“Art. 7-bis.–(Procedure familiari)–1. I membri della stessa fa­miglia possono presentare un’unica procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento quando sono conviventi o quando il sovraindebi­tamento ha un’origine comune.
2. Ai fini del comma 1, oltre al coniuge, si considerano membri della stessa famiglia i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo, nonché le parti dell’unione civile e i conviventi di fatto di cui alla legge 20 maggio 2016, n.76.
3. Le masse attive e passive rimangono distinte.
4. Nel caso in cui siano presentate più richieste di composizione della crisi da sovraindebitamento riguardanti membri della stessa fami­glia, il giudice adotta i necessari provvedimenti per assicurarne il coor­dinamento. La competenza appartiene al giudice adito per primo.
5. La liquidazione del compenso dovuto all’organismo di composi­zione della crisi è ripartita tra i membri della famiglia in misura propor­zionale all’entità dei debiti di ciascuno. Quando uno dei debitori non è un consumatore, al progetto unitario si applicano le disposizioni in ma­teria di accordo di composizione della crisi”;
d)all’articolo 8, dopo il comma 1 sono inseriti i seguenti:
“1-bis. La proposta di piano del consumatore può prevedere anche la falcidia e la ristrutturazione dei debiti derivanti da contratti di finanzia­mento con cessione del quinto dello stipendio, del trattamento di fine rapporto o della pensione e dalle operazioni di prestito su pegno, salvo quanto previsto dall’articolo 7, comma 1, secondo periodo.
1-ter. La proposta di piano del consumatore e la proposta di accordo formulata dal consumatore possono prevedere anche il rimborso, alla sca­denza convenuta, delle rate a scadere del contratto di mutuo garantito daipoteca iscritta sull’abitazione principale del debitore se lo stesso, alladata del deposito della proposta, ha adempiuto le proprie obbligazioni ose il giudice lo autorizza al pagamento del debito per capitale ed interessi scaduto a tale data.
1-quater. Quando l’accordo è proposto da un soggetto che non è consumatore e contempla la continuazione dell’attività aziendale, è pos­sibile prevedere il rimborso, alla scadenza convenuta, delle rate a scadere del contratto di mutuo con garanzia reale gravante su beni strumentali all’esercizio dell’impresa se il debitore, alla data della presentazione della proposta di accordo, ha adempiuto le proprie obbligazioni o se il giudice lo autorizza al pagamento del debito per capitale ed interessi scaduto a tale data. L’organismo di composizione della crisi attesta che il credito garantito potrebbe essere soddisfatto integralmente con il ricavato della liquidazione del bene effettuata a valore di mercato e che il rimborso delle rate a scadere non lede i diritti degli altri creditori.
1-quinquies. L’organismo di composizione della crisi, entro sette giorni dall’avvenuto conferimento dell’incarico da parte del debitore, ne dà notizia all’agente della riscossione e agli uffici fiscali, anche degli enti locali, competenti sulla base dell’ultimo domicilio fiscale dell’istante, i quali entro trenta giorni debbono comunicare il debito tributario accertato e gli eventuali accertamenti pendenti”;
e)all’articolo 9:
1) il comma 3-bisè sostituito dal seguente:
“3-bis. Alla proposta di piano del consumatore deve essere allegata una relazione dell’organismo di composizione della crisi, che deve con­tenere:
a)l’indicazione delle cause dell’indebitamento e della diligenzaimpiegata dal debitore nell’assumere le obbligazioni;b)l’esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore di adem­piere le obbligazioni assunte;c)la valutazione sulla completezza e sull’attendibilità della docu­mentazione depositata a corredo della domanda;d)l’indicazione presunta dei costi della procedura;e)l’indicazione del fatto che, ai fini della concessione del finan­ziamento, il soggetto finanziatore abbia o meno tenuto conto del merito
creditizio del debitore valutato, con deduzione dell’importo necessario amantenere un dignitoso tenore di vita, in relazione al suo reddito dispo­nibile. A tal fine si ritiene idonea una quantificazione non inferiore al­l’ammontare dell’assegno sociale, moltiplicato per un parametro corri­spondente al numero dei componenti del nucleo familiare della scala diequivalenza dell’ISEE prevista dal regolamento di cui al decreto del Pre­sidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013, n.159”;
2) dopo il comma 3-bissono inseriti i seguenti:
“3-bis.1.Alla domanda di accordo di composizione della crisi deveessere allegata una relazione particolareggiata dell’organismo di compo­sizione della crisi, che comprende:
a)l’indicazione delle cause dell’indebitamento e della diligenzaimpiegata dal debitore nell’assumere le obbligazioni;b)l’esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore di adem­piere le obbligazioni assunte;c)l’indicazione dell’eventuale esistenza di atti del debitore impu­gnati dai creditori;d)la valutazione sulla completezza e sull’attendibilità della docu­mentazione depositata a corredo della domanda, nonché sulla convenienzadel piano rispetto all’alternativa liquidatoria;e)l’indicazione presumibile dei costi della procedura;f)la percentuale, le modalità e i tempi di soddisfacimento dei cre­ditori;g)l’indicazione dei criteri adottati nella formazione delle classi,ove previste dalla proposta.
3-bis.2.L’organismo di composizione della crisi, nella sua relazione, deve indicare anche se il soggetto finanziatore, ai fini della concessione del finanziamento, abbia tenuto conto del merito creditizio del debitore. Nel caso di proposta formulata da un consumatore, si applica quanto pre­visto alla lettera e)del comma 3-bis.
3-bis.3.L’organismo di composizione della crisi, entro sette giorni dall’avvenuto conferimento dell’incarico da parte del debitore, ne dà no­tizia all’agente della riscossione e agli uffici fiscali, anche degli enti lo­cali, competenti sulla base dell’ultimo domicilio fiscale dell’istante, i quali entro trenta giorni debbono comunicare il debito tributario accertato e gli eventuali accertamenti pendenti”;
f)all’articolo 12, dopo il comma 3-bissono inseriti i seguenti:
“3-ter. Il creditore che ha colpevolmente determinato la situazione di indebitamento o il suo aggravamento ovvero, nel caso di accordo propo­sto dal consumatore, che ha violato i princìpi di cui all’articolo 124-bisdel testo unico di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n.385,non può presentare opposizione o reclamo in sede di omologa, anche se dissenziente, né far valere cause di inammissibilità che non derivino da comportamenti dolosi del debitore.
3-quater. Il tribunale omologa l’accordo di composizione della crisianche in mancanza di adesione da parte dell’amministrazione finanziariaquando l’adesione è decisiva ai fini del raggiungimento delle percentualidi cui all’articolo 11, comma 2, e quando, anche sulla base delle risul­tanze della relazione dell’organismo di composizione della crisi, la pro­posta di soddisfacimento della predetta amministrazione è conveniente ri­spetto all’alternativa liquidatoria”;
g)all’articolo 12-bis:
1) il comma 3 è sostituito dal seguente:
“3.Verificate l’ammissibilità e la fattibilità del piano nonché l’ido­neità dello stesso ad assicurare il pagamento dei crediti impignorabili erisolta ogni altra contestazione anche in ordine all’effettivo ammontaredei crediti, il giudice omologa il piano, disponendo per il relativo prov­vedimento una forma idonea di pubblicità. Quando il piano prevede lacessione o l’affidamento a terzi di beni immobili o di beni mobili regi­strati, il decreto deve essere trascritto, a cura dell’organismo di compo­sizione della crisi. Con l’ordinanza di rigetto il giudice dichiara l’ineffi­cacia del provvedimento di sospensione di cui al comma 2, ove adottato”;
2) dopo il comma 3 è inserito il seguente:
“3-bis. Il creditore che ha colpevolmente determinato la situazione di indebitamento o il suo aggravamento o che ha violato i princìpi di cui all’articolo 124-bisdel testo unico di cui al decreto legislativo 1° settem­bre 1993, n.385, non può presentare opposizione o reclamo in sede di omologa, né far valere cause di inammissibilità che non derivino da com­portamenti dolosi del debitore”;
3) al comma 5 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “, e comma 3-bis”;
h)all’articolo 13:
1) al comma 3, le parole: “e dei crediti di cui all’articolo 7,comma 1, terzo periodo” sono soppresse;
2) al comma 4-bis, dopo le parole: “di cui alla presente se­zione” sono inserite le seguenti: “, compresi quelli relativi all’assistenza dei professionisti,”;
i)all’articolo 14-ter, dopo il comma 7 è aggiunto il seguente:
“7-bis. Il decreto di apertura della liquidazione della società produce i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili”;
l)l’articolo 14-deciesè sostituito dal seguente:
“Art. 14-decies.–(Azioni del liquidatore)–1.Il liquidatore, auto­rizzato dal giudice, esercita o, se pendente, prosegue ogni azione prevista
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dalla legge finalizzata a conseguire la disponibilità dei beni compresi nel patrimonio del debitore e ogni azione diretta al recupero dei crediti.
2.Il liquidatore, autorizzato dal giudice, esercita o, se pendenti, pro­segue le azioni dirette a far dichiarare inefficaci gli atti compiuti dal de­bitore in pregiudizio dei creditori, secondo le norme del codice civile.
3.Il giudice autorizza il liquidatore ad esercitare o proseguire le azioni di cui ai commi 1 e 2, quando è utile per il miglior soddisfaci­mento dei creditori”;
m)dopo l’articolo 14-terdeciesè inserito il seguente:
“Art. 14-quaterdecies.–(Debitore incapiente)–1.Il debitore per­sona fisica meritevole, che non sia in grado di offrire ai creditori alcuna utilità, diretta o indiretta, nemmeno in prospettiva futura, può accedere all’esdebitazione solo per una volta, fatto salvo l’obbligo di pagamento del debito entro quattro anni dal decreto del giudice nel caso in cui so­pravvengano utilità rilevanti che consentano il soddisfacimento dei credi­tori in misura non inferiore al 10 per cento. Non sono considerati utilità, ai sensi del periodo precedente, i finanziamenti, in qualsiasi forma ero­gati.
2.La valutazione di rilevanza di cui al comma 1 deve essere con­dotta su base annua, dedotti le spese di produzione del reddito e quanto occorrente al mantenimento del debitore e della sua famiglia in misura pari all’ammontare dell’assegno sociale aumentato della metà, moltipli­cato per un parametro corrispondente al numero dei componenti del nu­cleo familiare della scala di equivalenza dell’ISEE prevista dal regola­mento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 di­cembre 2013, n.159.
3.La domanda di esdebitazione è presentata per il tramite dell’or­ganismo di composizione della crisi al giudice competente, unitamente alla seguente documentazione:
a)l’elenco di tutti i creditori, con l’indicazione delle somme do­vute;b)l’elenco degli atti di straordinaria amministrazione compiuti ne­gli ultimi cinque anni;c)la copia delle dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni;d)l’indicazione degli stipendi, delle pensioni, dei salari e di tuttele altre entrate del debitore e del suo nucleo familiare.
4.Alla domanda deve essere allegata una relazione particolareggiatadell’organismo di composizione della crisi, che comprende:
a)l’indicazione delle cause dell’indebitamento e della diligenza impiegata dal debitore nell’assumere le obbligazioni;b)l’esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore di adem­piere le obbligazioni assunte;
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c)l’indicazione dell’eventuale esistenza di atti del debitore impu­gnati dai creditori;d)la valutazione sulla completezza e sull’attendibilità della docu­mentazione depositata a corredo della domanda.
5.L’organismo di composizione della crisi, nella sua relazione, deve indicare anche se il soggetto finanziatore, ai fini della concessione del finanziamento, abbia tenuto conto del merito creditizio del debitore, va­lutato in relazione al suo reddito disponibile, dedotto l’importo necessario a mantenere un dignitoso tenore di vita; a tal fine si ritiene idonea una quantificazione non inferiore a quella indicata al comma 2.
6.I compensi dell’organismo di composizione della crisi sono ridotti della metà.
7.Il giudice, assunte le informazioni ritenute utili, valutata la meri­tevolezza del debitore e verificata, a tal fine, l’assenza di atti in frode e la mancanza di dolo o colpa grave nella formazione dell’indebitamento, concede con decreto l’esdebitazione, indicando le modalità e il termine entro il quale il debitore deve presentare, a pena di revoca del beneficio, ove positiva, la dichiarazione annuale relativa alle sopravvenienze rile­vanti ai sensi dei commi 1 e 2.
8.Il decreto è comunicato al debitore e ai creditori, i quali possono proporre opposizione nel termine di trenta giorni. Decorsi trenta giorni dall’ultima delle comunicazioni, il giudice, instaurato nelle forme ritenute più opportune il contraddittorio tra i creditori opponenti e il debitore, conferma o revoca il decreto. La decisione è soggetta a reclamo da pre­sentare al tribunale; del collegio non può far parte il giudice che ha pro­nunciato il provvedimento.
9.L’organismo di composizione della crisi, se il giudice ne fa ri­chiesta, compie le verifiche necessarie per accertare l’esistenza di soprav­venienze rilevanti ai sensi dei commi 1 e 2”.

  1. Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano anche alle proce­dure pendenti alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
  2. Nei procedimenti di omologazione degli accordi e dei piani del consumatore pendenti alla data di entrata in vigore della legge di con­versione del presente decreto, il debitore può presentare, fino all’udienza fissata ai sensi dell’articolo 10 della legge 27 gennaio 2012, n.3, istanza al tribunale per la concessione di un termine non superiore a novanta giorni per il deposito di una nuova proposta di accordo o di un nuovo piano del consumatore, redatti in conformità a quanto previsto dal pre­sente articolo. Il termine decorre dalla data del decreto con cui il tribu­nale assegna il termine e non è prorogabile. L’istanza è inammissibile se presentata nell’ambito di un procedimento di omologazione della propo­sta di accordo nel corso del quale è già stata tenuta l’udienza, ma non sono state raggiunte le maggioranze stabilite dall’articolo 11, comma 2,della legge 27 gennaio 2012, n.3.
    Quando il debitore intende modificare unicamente i termini di adempimento dell’accordo di ristrutturazione o del piano, deposita fino all’udienza fissata per l’omologa una memoria contenente l’indicazione dei nuovi termini, depositando altresì la documentazione che comprova la necessità della modifica dei termini. Il differimento dei termini non può essere superiore di sei mesi rispetto alle scadenze originarie. Il tribunale, riscontrata la sussistenza dei presupposti di cui all’articolo 12 o di cui all’articolo 12-bisdella legge 27 gennaio 2012, n.3, procede all’omologa, dando espressamente atto delle nuove scadenze.

L 3/2012 e sovraindebitamento imprese agricole

La Legge n. 3/2012 è stata promulgata a seguito dei numerosi suicidi di persone che a causa dei debiti accumulati non riuscivano più a portare avanti la loro vita, infatti è proprio per questo motivo che è stata denominata Legge Salva Suicidi.
Questa legge permette a coloro che si ritrovano in gravi difficoltà economiche di poter diminuire i loro debiti, attraverso il c.d. taglio dei debiti. Procedura esperibile dagli imprenditori che non possono accedere alle procedure fallimentari e concorsuali.

Le famose quote latte
La quota latte era un limite posto ai produttori di latte: se la produzione era eccessiva al produttore veniva applicata una tassazione supplementare e questa ha comportato la messa in ginocchio di numerose attività agricole. Lo scopo di questa tassa era evitare che, a causa della produzione eccessiva, il prezzo del latte (alla stalla) portasse un abbattimento del prezzo di questo. Numerosi imprenditori agricoli e allevatori si ritrovarono a dover affrontare importanti crisi economiche
Le imprese agricole rientrando in un regime tributario particolare non possono essere dichiarate fallite e ciò comporta per l’imprenditore l’impedimento all’accesso delle classiche procedure fallimentari.
La Legge n. 3/2012 ha messo a disposizione dell’imprenditore agricolo uno strumento che potrebbe essere d’aiuto allo stesso durante una situazione di sovraindebitamento.

Che cos’è il sovraindebitamento?
Con questo termine si definisce quella situazione perdurante di squilibrio tra debiti e patrimonio disponibile, che comporta per l’imprenditore l’incapacità di adempiere al regolare pagamento dei debiti contratti durante l’attività.
La Legge n. 3/2012 dà la possibilità all’imprenditore (onesto e trasparente) di poter rinegoziare legalmente i propri debiti e, quindi, di poter corrispondere solo le somme che effettivamente, in base alla sua capacità economica, è in grado di sopportare e attraverso quest’adempimento, che non fa altro che soddisfare parzialmente i creditori, lo stesso ha la possibilità di chiudere le sue posizioni debitorie. In questo modo l’imprenditore sommerso dai debiti si ritrova libero di poter ripartire con la propria attività senza doversi preoccupare della sua pregressa posizione negativa.

Cosa prevede esattamente la Legge 3/2012?
Gli imprenditori che si ritrovano in grave difficoltà economica a causa anche degli eventi atmosferici che hanno distrutto irrimediabilmente i raccolti o della diminuzione dei prezzi di vendita dei prodotti da loro distribuiti o anche a causa della negazione di finanziamenti da parte di enti creditizi possono ricorrere all’accordo di composizione della crisi oppure alla liquidazione del patrimonio.
L’Accordo di Composizione della Crisi è un contratto che viene stipulato tra l’azienda sovra indebitata e i suoi creditori; questo contratto prevede il raggiungimento di un accordo tra l’azienda agricola e i propri creditori avente ad oggetto un piano di rientro o di ristrutturazione del debito (deve esserci il consenso di al meno il 60% dei creditori): l’imprenditore può ritenersi liberato dal vincolo debitorio attraverso l’erogazione ai propri creditori di una somma ridotta rispetto a quello che originariamente avrebbe dovuto versare.
Attraverso la procedura di Liquidazione del Patrimonio, invece, l’azienda per far fronte alle richieste dei creditori si libera del proprio patrimonio; questa procedura dovrebbe indurre i creditori ad offrire sconti o annullamenti dei debiti all’imprenditore al quale permarrebbe una minima parte del patrimonio necessaria allo stesso per lo svolgimento della propria vita.

Prorogato al 31 dicembre lo stop alle notifiche e alle azioni esecutive da parte dell’Agenzia delle Entrate Riscossione.

Il Governo ha deciso tramite il decreto legge 129-2020 di sospendere fino al 31 Dicembre 2020 l’attività di riscossione da parte dell’Agenzia delle Entrate Riscossione.
Il Decreto Agosto aveva già differito al 15 ottobre la scadenza, precedentemente fissata per il 31 Agosto ricoprendo in totale il lasso di tempo dall’8 Marzo al 31 Dicembre.


Questa nuova proroga darà una mano alle attività e quindi ai cittadini che a causa della crisi portata dal Covid-19 versano in una situazione di difficoltà.

Cosa prevede il decreto

Come illustrato nel sito di Agenzia delle Entrate-Riscossione, attraverso il decreto, sino alla data del 31 Dicembre per si avrà la sospensione del versamento delle entrate sia tributarie che non tributarie che derivano:

  • da cartelle di pagamento
  • da avvisi di debito
  • da avvisi di accertamento.

Durante questo periodo l’Agenzia delle Entrate non notificherà le cartelle di pagamento nemmeno tramite l’uso della Pec.

Viene chiarito che nel caso di una cartella ad esempio scaduta dopo l’8 Marzo i versamenti sospesi devono essere effettuati entro il 31 Gennaio 2021.
Non sarà necessario versarli in un’unica soluzione, ma sarà possibile richiedere una rateizzazione con una domanda da presentare sempre entro Gennaio 2021.
S

e si ha un fermo amministrativo per una cartella non pagata è possibile pagare durante il periodo di sospensione per cancellarlo o richiedere la rateizzazione (o eventualmente pagare la prima rata).

Per i piani di dilazione già stipulati a partire dall’8 Marzo 2020 e i provvedimenti di accoglimento delle richieste (fino al 31 Dicembre 2020):

  • Viene esteso da cinque a dieci il numero massimo delle rate, anche
    non consecutive, che prevedono la scadenza del piano di rateizzazione in caso di mancato pagamento

Per le somme oggetto di pignoramento, non potrà essere vincolo di indisponibilità e quello che è il soggetto terzo dovrà renderle utilizzabili al debitore.

Dall’8 Marzo al 31 Dicembre 2020 le Pubbliche Amministrazioni non verificheranno la presenza di debiti non ancora pagati.
Inoltre se sono state effettuate delle verifiche precedenti ma non è ancora stato fatto l’atto di pignoramento esse non hanno effetto.

Nella sezione Faq dell’Agenzia delle Entrate Riscossioni viene specificato che a partire dal 15 Giugno 2020 c’è stata una riapertura al pubblico per gli sportelli e sarà possibile recarsi ad essi da lunedì a venerdì con orario dalle 08. 15 alle 13.15.

Esiste un servizio aggiuntivo chiamato “Prenota Ticket” tramite cui si può fissare un appuntamento.

Viene chiarito che essendo modificata la data di scadenza al 31 Dicembre 2020 ci si dovrà recare agli sportelli preposti solo in caso di assolute necessità estremamente urgenti.
Al numero 06 01 01 si può disporre di un servizio di assistenza telefonica dal Lunedì al Venerdì (08:00/ 18:00) per parlare con un operatore specializzato.

Emergenza liquidità per le aziende Covid-19: sanatoria per assegni postdatati?

E’ in corso una gravissima emergenza nell’emergenza: la liquidità per le aziende per la crisi Covid-19. Restrizioni e chiusura obbligatoria hanno causato serie difficoltà ad imprenditori e commercianti.
Prima del forzato lockdown, avevano dato in pagamento ai fornitori assegni postdatati che ora non possono più onorare per mancanza di liquidità.
Gli assegni posdatati lasciati in garanzia per acquisto merci sono una prassi contraria alla legge, alle norme imperative. Resta, pur sempre, una prassi tollerata, molto diffusa nei rapporti commerciali tra fornitori e clienti abituali.
Cosa succederebbe se gli assegni postdatati venissero portati all’incasso?
Con l’attuale crisi di liquidità innescata dall’emergenza Coronavirus, i conti correnti risulterebbero insufficienti per coprirli e per consentire il pagamento.
Imprenditori e commercianti rischiano il protesto con conseguenze gravissime: sanzioni pecuniarie, pignoramento dei beni per l’importo non pagato, impossibilità di emettere assegni, iscrizione nella CAI (centrale di allarme interbancaria).
Attualmente, il Decreto Cura Italia non prevede alcuna disposizione né sostegno alle imprese in questo senso.
Il deputato calabrese leghista Domenico Furgiuele ed il governatore della Regione Sicilia, Nello Musumeci hanno avanzato due proposte per salvare gli imprenditori onesti da queste gravissime conseguenze che non li vedono direttamente responsabili dell’insolvenza.

Emergenza liquidità per le aziende Covid-19: le proposte di Furgiuele e Musumeci
E’ un durissimo nodo da sciogliere il problema degli assegni postdatati in questo clima di emergenza liquidità per le aziende a seguito del lockdown per il Covid-19.
Per evitare i protesti e l’iscrizione in centrale rischi sugli assegni rimasti impagati per mancanza di fondi, il deputato leghista calabrese Domenico Furgiuele ha avanzato una proposta per “curare” questa allarmante situazione.
“Il decreto Cura Italia deve prevedere la temporanea impossibilità di elevare protesto commerciale dei titoli che risulteranno impagati a causa della mancanza di liquidità causata alle imprese dal prolungato periodo di chiusura” ha dichiarato Domenico Furgiuele nella sua proposta diffusa su adnkronos.
Oltretutto, prosegue il deputato leghista, bisognerebbe sospendere la distruzione alla centrale rischi per tutte le imprese che, a fine mese, non possano materialmente onorare assegni e scadenze cambiarie. Gli imprenditori onesti in seria difficoltà non possono subire anche la beffa di essere qualificati come cattivi pagatori. Bisogna muoversi subito, la questione è più che mai urgente.
Dal canto suo, il governatore della Regione Sicilia, Nello Musumeci, ha chiesto una sanatoria per gli assegni postdatati allo scopo di salvare imprenditori e commercianti dai protesti e dall’iscrizione nella black list della CAI pregiudicando, in tal modo, i finanziamenti futuri, quando l’emergenza Covid-19 sarà finita.
Gli assegni postdatati sono contrari alla legge (irregolari), seppure utilizzati in pratica. In questo momento, bisogna guardare in faccia la realtà. Non vanno protestati. Una prospettiva del genere causerebbe il blocco nel sistema dei pagamenti.
Detto questo, Musumeci ha annunciato che la Regione Sicilia presenterà un emendamento al decreto Cura Italia. Un emendamento che chiederà una “sanatoria a termine” con la sospensione di 6 mesi degli assegni postdatati. No ai protesti in piena emergenza nell’emergenza Coronavirus.

Emergenza liquidità per le aziende: il Covid-19 non deve distruggere l’economia italiana
La pandemia Covid-19, oltre a mietere vittime, sembra destinata a trasformare centinaia di P.M.I. in seriali distributori di assegni a vuoto, fuorilegge e insolventi. Un paradosso, una beffa al centro di una crisi economica che nessuno poteva prevedere.
La crisi innescata dal Coronavirus, dopo aver tolto liquidità a ristoranti, cinema, negozi, ecc., rischia di produrre imprenditori sanzionati, protestati, iscritti nella CAI.
Imprese che, accusando il colpo del lockdown forzato, devono continuare a pagare affitto, stipendi, forniture.
Ci sarà un intervento lampo del governo? I nostri governanti hanno idea di quello che potrebbe succedere se andassero protestati tutti i commercianti e gli imprenditori impossibilitati ad onorare gli assegni postdatati? Quali sarebbero i conseguenti danni economici e sociali?
Se davvero si auspica che la macchina produttiva (il motore dell’imprenditoria italiana) riparta dopo aver superato il peggio, bisogna sciogliere questo nodo il prima possibile.

DL 23/2020: sospensione di protesti e segnalazioni C.A.I. scaduta il 30 aprile 2020
L’art.11 del decreto legge 8 aprile 2020 n. 23 sospende protesti e segnalazioni C.A.I. fino al 30 aprile 2020 per cambiali e altri titoli di credito. Peraltro, non impedisce ai creditori di portare al pagamento gli assegni postdatati. Se sul conto corrente del debitore ci sono fondi sufficienti, l’assegno è pagabile il giorno stesso della presentazione.
In assenza della copertura, la sospensione prevista dal DL 23/2020 rende inapplicabili le norme sul protesto e le sanzioni accessorie (inclusa l’iscrizione alla CAI). Il DL ha previsto, oltretutto, la sospensione delle trasmissioni alle Camere di Commercio degli elenchi dei protesti levati dal 9 marzo 2020. Per quelli già pubblicati, le Camere di Commercio sono (anzi erano) tenute a cancellarli d’ufficio.
In base al decreto, la sospensione temporanea risultava valida fino al 30 aprile 2020.
Secondo le ultime disposizioni del decreto Cura Italia, dal 1° maggio 2020 ricomincerebbe a decorrere il termine di scadenza temporaneamente sospeso.
Permettere che imprenditori onesti vengano protestati per, cambiali e assegni postdatati (o, comunque, scoperti) che non possono materialmente onorare significherebbe creare gravi ripercussioni sul mercato del credito.
Con l’eventuale iscrizione alla CAI, i soggetti protestati non potranno accedere al credito bancario e neanche ai finanziamenti agevolati tramite garanzie messe a disposizione dello Stato.

Quali strategie per resistere?
Al termine del periodo di sospensione, le banche potranno riavviare l’iter previsto per il pagamento dei titoli.
Per contenere qualsiasi rischio di protesto, l’avvocato Raffaele Greco del Foro di Salerno ha pubblicato un articolo nel quale consiglia alcune strategie come:

  • eseguire un’indagine della liquidità aziendale disponibile;
  • determinare i crediti da recuperare a breve termine;
  • valutare la possibilità di usufruire delle agevolazioni previste dal decreto Cura Italia per ripristinare la liquidità rivolgendosi a banche o istituti finanziari (moratorie mutui, sospensione revoche, rifinanziamento dei debiti, ecc.);
  • contattare i creditori per negoziare il più possibile modifiche delle scadenze, pagamenti ulteriormente diluiti nel tempo.

Assegno postdatato: le conseguenze
L’assegno postdatato (a ‘garanzia’) è irregolare in Italia ed emerge nell’emergenza liquidità per le aziende ai tempi del Coronavirus. Chi emette un assegno postdatato deve essere cosciente delle conseguenze.
Con il Decreto Legislativo n. 507/1999 l’emissione di assegni post datati non è più un illecito penale ma fiscale.
Può essere regolarizzato con il pagamento dell’imposta di bollo in quanto consente al creditore di esercitare i suoi diritti. L’imposta di bollo è pari al 12 per mille dell’importo dell’assegno (non inferiore a 103,29 euro): il creditore deve corrisponderla entro 4 giorni dalla data di emissione.
Resta il fatto che l’assegno postdatato non regolarizzato mantiene l’efficacia di promessa di pagamento (Cassazione civile, 24 maggio 2016 n. 10710).
Di conseguenza, con questo assegno, il creditore può chiedere al Tribunale di emettere un decreto ingiuntivo ed innescare procedure di pignoramento per recuperare il credito.
La mancata copertura di un assegno postdatato può portare alle seguenti conseguenze per il debitore:

  • protesto e registrazione del suo nominativo in un apposito registro della Camera di Commercio. La segnalazione permane per 5 anni;
  • sanzioni amministrative pecuniarie e personali. La sanzione pecuniaria varia da 516 a 3.098 euro per importi inferiori a 10.329,56 euro, da 1.032 a 6.197 euro per importi superiori a 10.329,56 euro;
  • iscrizione del proprio nominativo alla CAI, con conseguente revoca dell’autorizzazione ad emettere assegni per 6 mesi;
  • divieto disposto dal Prefetto di emettere assegni bancari e postali per un periodo compreso fra 2 e 5 anni nel caso in cui l’assegno o gli assegni siano di importo complessivo inferiori o pari a 2.582,28 euro;
  • interdizione dell’esercizio di un’attività imprenditoriale o professionale per una durata compresa fra 2 mesi e 2 anni nel caso in cui l’importo dell’assegno o degli assegni supera i 51.645,69 euro.

Come evitare le sanzioni amministrative
Il debitore protestato può evitare le sanzioni amministrative pagando l’importo dell’assegno + gli interessi del 10% e le spese di protesto entro 60 giorni dal termine di presentazione dell’assegno per l’incasso.

“Cattivi pagatori”, protesto e centrale rischi CAI

In attesa di conoscere i dettagli del Decreto Rilancio, c’è qualcosa che preoccupa fortemente il motore economico italiano (imprenditori e commercianti).
La sospensione di protesti e segnalazioni C.A.I. prevista dal Decreto Cura Italia per cambiali e altri titoli di credito è scaduta il 30 aprile. Imprenditori e commercianti rischiano di trasformarsi in “cattivi pagatori” per protesto e la Centrale rischi CAI fa tremare.
In teoria, dal 1° maggio scorso (che ha coinciso, paradossalmente, con la Festa dei Lavoratori), imprenditori e commercianti onesti rischiano il protesto per cambiali e assegni postdatati. Non possono pagarli per mancanza di liquidità.
Con l’eventuale iscrizione alla CAI (Centrale di allarme interbancaria) l’impresa protestata non potrà accedere al credito bancario né ai finanziamenti agevolati tramite garanzie disposte dallo Stato per l’emergenza Covid-19.
Riguardo alla bozza del Decreto Rilancio (che conta oltre 430 pagine e 258 articoli) sono stati finora accennati diversi punti.
La super manovra anti-crisi affronta il salvataggio Alitalia, il bonus autonomi, riqualificazioni edilizie, lavoro, sanità, trasporti, reddito di emergenza, lavoratori migranti, agevolazioni e sconti fiscali, il nodo Irap.
Introduce nuovi interventi per uscire dall’emergenza, conferma i 10 miliardi da destinare a nuovi aiuti alle imprese.
Cosa bolle in pentola riguardo alle garanzie su liquidità e crediti commerciali? Cosa succederà a tutti gli imprenditori e commercianti che hanno emesso assegni postdatati o cambiali a fornitori prima che scoppiasse la pandemia?

“Cattivi pagatori”: protesto e centrale rischi CAI colpiranno gli imprenditori onesti?
Per il Decreto Rilancio, il governo sta valutando lo stop al pagamento di saldo e acconto Irap per le imprese tra 5 e 250 milioni di ricavi che hanno riportato perdite a causa del lockdown Covid-19.
Stop e sospensioni di tasse non significa detassazione. Prima o poi, le imprese e i commercianti dovranno pagare il dovuto accumulato nel tempo. Il blocco delle attività e l’impossibilità di onorare i pagamenti e gli impegni anche con i fornitori rischia di trasformare commercianti ed imprenditori onesti in cattivi pagatori.
Da vittime del lockdown passerebbero a vittime di un’insolvenza di cui non hanno alcuna responsabilità.
Molti rischiano di chiudere, altro che riaprire. Nessun credito di imposta può permettere alle imprese di inventarsi soldi che non ci sono e che servono per continuare a pagare dipendenti, spese fisse, fornitori. C’è anche l’obbligo di sanificazione, l’acquisto di tecnologie per l’attività lavorativa, operazioni che costano.
Se oggi un’attività può, comunque, scegliere se riaprire o no, due mesi fa nessuno ha scelto di chiudere. Il lockdown forzato ha indebolito le attività che devono pagare i fornitori in un periodo di totale inattività e di perdita.
Grazie al Decreto Cura Italia 23/2020, dal 9 marzo al 30 aprile 2020 sono stati sospesi i termini di scadenza per cambiali, assegni e altri titoli di credito ma ora? Ritardare i pagamenti non basta senza un aiuto concreto da parte dello Stato che copra il buco di una generale mancanza di liquidità.
Fino al 30 aprile è stato possibile scansare il rischio. Ora, per i presunti “cattivi pagatori”, protesto e centrali rischi CAI come è possibile evitarli?
Il Decreto Rilancio non può evitare di rispondere a questa domanda.
La Circolare n. 3723 – 15 aprile 2020 del Ministero dello Sviluppo Economico, in riferimento all’art. 11 del decreto legge 8 aprile 2020 n. 23, aveva concluso: “si riserva di emanare apposite indicazioni specifiche nell’immediato futuro”.
L’immediato futuro è arrivato. Gli occhi sono tutti puntati sui contributi a fondo perduto destinati alle imprese. Basteranno per sanare le perdite e i danni economici?

Prestiti alle imprese garantiti dallo Stato: potrebbero finire nelle mani delle mafie
E’ difficile immaginare imprenditori e commercianti onesti travolti dalla crisi per l’emergenza Covid-19 che vengono bollati come “cattivi pagatori”. Un protesto o la centrale rischi CAI sono più associabili a gente mossa da certe illecite intenzioni. Bisogna, piuttosto, controllare l’operato dei veri criminali, delle mafie.
I capi delle Procure di Milano e Napoli, Francesco Greco e Giovanni Melillo, hanno lanciato un allarme.
Chiedono “urgenti correzioni di rotta” sulle disposizioni del Decreto Liquidità varato dal governo per facilitare l’accesso al credito. Perché? Con questo decreto lo Stato rischia di finanziare imprese mafiose ed evasori.
I prestiti alle imprese garantiti dallo Stato rischiano di favorire la criminalità organizzata.
In particolare, Francesco Greco segnala “strumenti di controllo inadeguati”. Non è stato previsto nessuno strumento tecnico-giuridico. Chi accede al credito deve attestare di non essere sottoposto a procedimenti gravi. L’utilizzo dei fondi richiesti dalle imprese deve essere tracciato per verificare la correttezza della destinazione d’uso.
Bisogna dire sì all’obbligo del certificato antimafia.
A giudicare dal Dl Liquidità, tutto sembra demandato alla ‘buona volontà’ di Sace e delle banche. Occorre, invece, verificare la ‘clientela’ sia in fase di concessione del finanziamento sia in quella di monitoraggio.

A proposito di rischio usura …
Insomma, mentre imprenditori e commercianti onesti (vittime della crisi) rischiano di finire nella black list della CAI come “cattivi pagatori” per il protesto di assegni postdatati e cambiali, i fondi stanziati dal Decreto Liquidità potrebbero finire nelle mani delle mafie, degli usurai. Sembra paradossale ma è così.
Le restrizioni dovute all’emergenza Covid-19 stanno prosciugando la liquidità di singoli cittadini e imprese. Piccoli e grandi imprenditori rischiano di essere protestati e sanzionati.
Questo pericoloso meccanismo potrebbe innescare un processo perverso: favorire il malaffare, creare nuove vittime dell’usura.
E’ necessario impedire che l’emergenza Coronavirus, nella delicata Fase 2, partorisca negozianti, artigiani, commercianti e imprenditori impossibilitati a rialzare le saracinesche delle proprie aziende, quando tutto sarà passato.
Per cambiali ed assegni scoperti a causa della mancanza di liquidità, non si dovrebbero condannare le vittime della crisi.
Lo Stato dovrebbe, in alternativa – come ha proposto il deputato siciliano leghista Nino Minardo – farsi garante con le banche per consentire un fido extra a chi non potrà incassare assegni e cambiali.

Cosa rischiano i “cattivi pagatori”: protesto, centrale rischi CAI e non solo
Per cambiali e assegni post-datati non pagati, ecco cosa rischia il debitore:

  • protesto e registrazione nell’apposito registro della Camera di Commercio con segnalazione per 5 anni;
  • pignoramento dei propri beni per l’importo dell’assegno non pagato;
  • impossibilità di emettere altri assegni per un periodo variabile da 2 a 5 anni;
  • inserimento del proprio nominativo nel registro cattivi pagatori nella CAI;
  • pagamento delle sanzioni amministrative pecuniarie previste (variabili a seconda dell’importo non pagato);
  • interdizione dell’esercizio della propria attività per un periodo variabile (da 2 mesi a 2 anni) se l’importo non pagato supera i 51.645,69 euro.
    Il debitore viene “segnalato” e il protesto diventa una conseguenza quasi inevitabile, grave e dannosa per l’imprenditore, il commerciante, l’artigiano o il professionista.
    L’atto di protesto è pubblico – redatto da un notaio o da un ufficiale giudiziario – con cui si certifica e si attesta il mancato pagamento di un assegno.
    Si finisce nella black list dei cattivi pagatori con iscrizione nella CAI (archivio pubblico controllato dalla Banca d’Italia) soltanto per i debiti contratti con istituti di credito e finanziarie.

Coronavirus e mutui prima casa: le novità per chiedere la sospensione delle rate e per accedere al “Fondo Gasparrini”

Viviamo ormai da giorni un’emergenza socio-sanitaria senza precedenti nella storia moderna che già mostra le prime ripercussioni sull’economia del Nostro Paese ancora convalescente a seguito della crisi economica mondiale iniziata nel 2008.

Consapevoli della fragilità attuale del tessuto economico dell’Italia il Governo ha emanato lo scorso 17 marzo il dpcm n. 18/2020, con il quale sono state introdotte importanti novità riguardanti la tutela dei liberi professionisti e delle imprese colpite dall’emergenza da Covid-19.
In verità già il il Decreto legge n. 9 del 2 marzo 2020 aveva previsto la possibilità di presentare domanda di sospensione del pagamento delle rate di mutuo anche per coloro che hanno subito la sospensione del lavoro o la riduzione dell’orario di lavoro per un periodo di almeno 30 giorni a causa dell’emergenza da coronavirus.

Al fine di integrare tale possibilità prevista dall’appena menzionato provvedimento, il dpcm del 17 marzo 2020 ha ulteriormente stabilito, all’art. 54, la possibilità, per la durata di un massimo di 9 mesi di:
 ammissione al Fondo anche per i lavoratori autonomi e liberi professionisti che autocertifichino di aver perso più del 33% del proprio fatturato nel trimestre successivo al 21 febbraio 2020 o in un minor lasso di tempo (qualora la domanda sia inviata prima dello scadere del trimestre) rispetto all’ultimo trimestre del 2019 a causa dell’emergenza coronavirus;
 accesso al Fondo senza presentazione dell’ISEE;
 ottenere il pagamento, da parte del Fondo, degli interessi compensativi nella misura del 50% degli interessi maturati sul debito residuo durante il periodo di sospensione. Tale pagamento può essere richiesto dal mutuatario in caso di mutui, erogati da intermediari bancari/finanziari. La richiesta va presentata dal mutuatario all’intermediario.
Al fine di assicurare agli interessati aventi diritto la celerità della richiesta, si offre attività di assistenza nella richiesta di sospensione delle rate del proprio mutuo. Per informazioni circa la possibilità di ammissione e la proposizione dell’istanza CONTATTATECI e saremo lieti di offrirvi un servizio puntuale e competente.

IL SOVRAINDEBITAMENTO – LA LEGGE TI AIUTA AD ANNULLARE TUTTI I TUOI DEBITI E A RICOMINCIARE! CAPITOLO 1: PER I CONSUMATORI: IL PIANO DEL CONSUMATORE

A ben 12 anni dall’inizio della economica mondiale del 2008, abbiamo una sola certezza: il nostro Paese non riesce tutt’oggi a rialzarsi; molti italiani hanno perso il lavoro, sono finiti in Cassa Integrazione, hanno visto il proprio reddito diminuire considerevolmente se non addirittura azzerarsi.
I redditi sono diminuiti ma le spese NO!
Stante il quadro storico appena descritto, le conseguenze non potevano che essere disastrose. ANCHE TU SEI TRA I SOGGETTI CHE NON E’ RIUSCITO E NON RIESCE A PAGARE LE BANCHE, ANCHE TU SEI UN LAVORATORE CHE NON E’ RIUSCITO E NON RIESCE A PAGARE LE TASSE, LE BOLLETTE ECC. ECC. PER DARE DA MANGIARE ALLA PROPRIA FAMIGLIA E ORA LO STATO O LE BANCHE TI STANNO PORTANDO VIA TUTTO, I SACRIFICI DI UNA VITA, O MINACCIANO DI FARLO?
Noi possiamo aiutarti, utilizzando uno strumento offerto dalla legge (Legge n. 3/2012 c.d. “salva-suicidi”) che può far scendere i tuoi debiti sino all’80% rispetto all’ammontare originario, consentendo a te e alla tua famiglia di tornare A VIVERE.
Il principio è semplice: hai incolpevolmente maturato un debito insostenibile e le tue entrate non sono sufficienti? Con la legge del sovraindebitamento puoi essere assistito da un legale di fiducia (professionisti di FUTURO SENZA DEBITI) e da un professionista nominato dal Tribunale o da un Ente a ciò preposto, i quali redigeranno un piano di rientro BASATO SOLO SULLE TUE EFFETTIVE ENTRATE E USCITE.
Nei fatti sarà presentato un piano di rientro redatto dal tuo legale e dal professionista nominato che terrà conto SOLO DI CIO CHE PUOI EFFETTIVAMENTE PAGARE, ASSICURANDO A TE E ALLA TUA FAMIGLIA UNA VITA DECOROSA E SENZA PIU’ LA PAURA DI PERDERE TUTTO!
Pochi ne sono a conoscenza, ma la Legge assicura questa possibilità e lo fa senza chiedere il consenso ai tuoi creditori, ma solo tenendo conto dei tuoi bisogni primari.
I professionisti di Incrisi Legal ti assicurano assistenza completa e assoluta competenza e professionalità per raggiungere l’obbiettivo comune. CONTATTACI!